11 dicembre 2018

Alberto Cipolla - L'intervista di VivaMag

Alberto Cipolla, torinese classe 1988, muove i primi passi nella musica già dall’infanzia. Prosegue poi la strada della musica ottenendo il diploma di Composizione, il diploma in produzione musicale ed il biennio di “Contemporary Writing and Technology” presso il CPM di Milano. Nel 2014 esce il disco d’esordio, “Soundtrack For Movies In Your Head” che racchiude in 13 brani il meglio delle capacità compositive dell’artista. Nel 2018 il secondo album, per l’etichetta MeatBeat Records, con la produzione artistica di Raffaele D’Anello. Nel nuovo lavoro, che nei testi esplora l’idea del concetto di “scelta”/“possibilità” e delle relazioni umane, il sound mescola elettronica, downtempo e classica ispirato ad artisti come Chet Faker/Nick Murphy, Woodkid e Anhoni.

Ciao Alberto, è da poco uscito il tuo nuovo album Branches, un album che a detta di molti segna la tua maturità artistica ed è degno successore del tuo esordio Soundtrack For Movies In Your Head targato 2014. Vuoi raccontarci di come è nata l’idea del concept del disco? Sia a livello musicale che del messaggio (o meglio dei messaggi) che veicola?

Dunque, il concept del disco è simile a quello delle famose “sliding doors”: nella vita di ogni giorno prendiamo delle decisioni, dalle più piccole ed insignificanti a quelle più importanti e pesanti, e ognuna di queste fa prendere al nostro percorso una strada diversa. Alcuni avvenimenti saranno difficilmente evitabili, pur facendo una scelta piuttosto che un’altra, perché conseguenza della nostra indole o delle nostre inclinazioni e capacità, e ci vorrà una virata piuttosto forte per scansarli. Il succo del discorso, quindi, è che può essere che in fondo alla strada su cui siamo ci sia un grosso evento positivo che desideriamo da tempo, e può essere che per arrivarci si debba passare per una serie di fatti negativi. Per questo si dovrebbe cercare di farsi forza nei momenti totalmente negativi della vita perché forse la strada è quella giusta e non si dovrebbero avere rimpianti o rimorsi. L’idea è nata in parte grazie ad un paio di brani che avevo già scritto e che più o meno vertevano su un tema simile, in più c’è stato un periodo in cui alcune persone a me vicine si trovano in periodi fortemente o gravemente negativi. Forse era un modo per cercare di capire meglio queste situazioni e cercare di esorcizzare per loro, in qualche modo, il momento negativo. Nonostante sia musicalmente piuttosto cupo, quindi, lo considero un disco fondamentalmente positivo.

Branches racconta “la solitudine e l’inquietudine che caratterizzano l’umanità 2.0 coniugando gli elementi naturali che ci circondano”. Nello specifico cosa ne pensi di questi sentimenti in questa epoca piena di contraddizioni, fatta di social e individualismo narcisistico?

Beh, è un’epoca che sicuramente non aiuta a vedere come positive le esperienze negative. Sui social ci sentiamo costretti a mostrare la nostra vita bellissima, foto di vacanze splendide, condividere ogni cosa bella che ci succede, mentre spesso dietro allo schermo c’è tutt’altro. Non è nuova la notizia che le coppie più presenti sui social in esternazioni d’amore siano spesso quelle con più problemi alle spalle, o che ci sia gente che finge le proprie vacanze su instagram. Si demonizza ciò che non è sempre al top (mi viene in mente l’episodio “Nosedive” di Black Mirror), chi va dallo psicologo è per forza di cose pazzo e malato, la depressione si cura “facendosi coraggio” e via dicendo. E poi infatti fenomeni come quello degli “hikikomori” prendono sempre più piede. Ci sono grosse contraddizioni e grosse ipocrisie nell’umanità 2.0, ma vedo che in realtà qualcosa si inizia a muovere in senso opposto: forse abbiamo iniziato a prendere coscienza.

Quanto pensi che una formazione musicale “classica” ovvero la preparazione tecnica del musicista possa aiutare nella composizione e realizzazione di un album come Branches? Fossi stato autodidatta pensi che avresti comunque espresso gli stessi concetti ma in maniera diversa?

Intanto ti direi che la formazione classica in generale è un grosso aiuto. Non è fondamentale, certo, nell’ambiente musicale più moderno, ma è una base enorme che può essere di grandissimo aiuto. È come avere un intero vocabolario in più, oltre a quelli che già si possiedono, per potersi esprimere. Credo che un disco come Branches, non sarei riuscito a scriverlo (o comunque non così) se non avessi avuto la formazione come compositore e direttore d’orchestra. In primis per la realizzazione di tutte le parti del quartetto d’archi, che è tra gli elementi fondamentali degli arrangiamenti, ma come anche la scrittura musicale di alcuni brani armonicamente più complessi, per esempio Timelapse, o la struttura di The Wind e Aria, che riprende la struttura di un’aria lirica classica. Forse proprio sui brani più sperimentali, in realtà, la conoscenza classica è stata paradossalmente più utile, mentre quelli più “pop” sono più lineari. Credo avrei espresso gli stessi concetti ma, sì, in modo diverso. Non saprei come.

Chet Faker, Nick Murphy, Woodkid e Anhoni sono alcuni artisti che la stampa associa alla tua musica. Tu cosa ne pensi in proposito? Chi ti ha fortemente influenzato nel tuo percorso?

Murphy, Anhoni e Woodkid sono innanzitutto bellissimi nomi a cui essere accostato e sono stati sicuramente ispirazione ma, più che altro, per il fatto che sono stati ascolti che abbiamo effettivamente fatto spesso con Raffaele, il produttore, in fase di preproduzione del disco (e indubbiamente anche perché sono artisti che ci piacciono molto). Ti direi che, oltre ovviamente a loro, grandi influenze forse meno “ovvie” al primo ascolto, ma di cui riconosco sempre un piccolo debito da parte mia nella scrittura, sono i Sigur Ros, Yann Tiersen, Ólafur Arnalds, gli Arcade Fire, Beethoven e i compositori per pianoforte tardo-romantici. Ma in generale oltre a nomi specifici, se ci sono cose che mi piacciono, anche molto diverse tra di loro, è probabile che qualcosa mi colpisca e cerchi di capire perché e come farlo a modo mio.

Branches ha visto la produzione artistica di Raffaele D’Anello. Secondo te quanto è importante oggi avere un produttore artistico per il proprio disco? Vuoi parlarci della tua esperienza?

Raffaele è stato un aiuto fondamentale per la riuscita del disco: su molti pezzi non avevo un’idea ben precisa di arrangiamento e glieli portai solo al pianoforte, o pianoforte e voce, e insieme abbiamo trovato una linea sonora da seguire che fosse personale e che funzionasse bene per tutti i brani. Può essere vero che il produttore non sia una figura fondamentale per la realizzazione di un disco, ma solo se si ha un’idea estremamente chiara di quello che si vuole fare e anche di come realizzarlo. Altrimenti, un paio di orecchie competenti in più che non sono influenzate da vincoli di parentela con la canzone sono un aiuto essenziale per togliere quello che va tolto, tenere quello che va tenuto e far uscire quello che vuoi nel migliore dei modi. Chiaro che bisogna avere la fortuna di trovare un produttore che sia sulla tua stessa linea d’onda.

Quanto conta per te la dimensione live della musica? Hai una band che ti accompagna nelle performance o fai tutto da solo?

Il live è il 50% di tutta la questione. L’altro 50% è la parte di scrittura, prima, e di lavoro in studio, poi, e non saprei dirti quale preferisco, onestamente. Diciamo che se uno è il posto dove effettivamente dai vita a quello che hai in mente, l’altro è lo “sfogo”, il momento in cui lo porti in vita anche per gli altri e c’è un’effettiva comunicazione bidirezionale tra te e il pubblico. Ed è sempre diverso, il che lo rende bello. Nelle performance io mi occupo del piano, della voce e di alcune parti di synth, insieme a me c’è Raffaele che gestisce il resto delle parti elettroniche e di percussioni, più un quartetto d’archi. Quando lo spazio non lo consente giriamo in due solo con Raffaele ma già più volte ho suonato il disco da solo al pianoforte o in una versione “super classica” pianoforte e archi. È un live che per fortuna si presta bene ad essere smontato e rimontato in modo diverso ma restando sempre fedele al disco.

Due parole sulla scena musicale di Torino: dall’underground ai palchi più prestigiosi…

La scena musicale torinese è molto vivace. Con gli anni, complici anche molte sfortunate chiusure di live club nel capoluogo e in zona, devo dire, forse, si è leggermente affievolita ed è diventato più difficile trovare posti in cui cementare il tutto, per chi si trovasse ad iniziare ora. Un po’ di anni fa, grazie anche ad alcune iniziative promosse dai ragazzi che più avanti han messo su The Goodness Factory, ci sono state bellissime occasioni di scambio in cui molti di noi si sono conosciuti, anche tra chi era agli esordi e chi già solcava palchi importanti, abbiamo cominciato collaborazioni e progetti insieme, oltre ai propri singoli, concerti congiunti e quant’altro. C’era quindi un bel clima comunitario, stimolante e “familiare” che continua, anche se appunto, forse con meno possibilità di sbocchi rispetto a qualche tempo fa e rispetto ad altre città. Il che porta ora un po’ troppo a fossilizzarsi e a fare le cose da soli o solo con il proprio giro creando tanti piccoli circoli chiusi. Quello che però ho sempre apprezzato della scena musicale torinese è che è musicalmente molto varia e per quanto sia “indie” c’è generalmente molta più voglia di sperimentare rispetto ad uno “stile indie” che ormai è diventato di moda.

Melo Sarnicola

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