15 novembre 2018

Alessio Berlaffa - L'intervista di VivaMag

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Nel tuo ultimo disco sei stato capace di fondere molto abilmente virtuosismi e melodia. E’ il frutto di un attento studio o un lavoro di puro istinto?
Prima di tutto grazie per questa intervista! Sono molto contento di far scoprire il mio viaggio musicale ai lettori di VivaMag! Lo trovo un ottimo e gradito complimento e dico: chiaramente entrambe le cose. Se da un lato un’idea nasce dalla parte più pura (ed appunto istintiva) della mente, dall’altro lato renderla musicale ed adatta ad una composizione è un lavoro di cesellatura e rifinitura continua. Ho studiato molto la tecnica perché è l’unico modo per esprimere qualunque idea e mi piace dire: “se puoi pensarlo, puoi suonarlo!”. Si sente spesso parlare di musicisti “freddi” di tecnica “fine a se stessa” ed io semplicemente credo che la mancanza di espressività sia il più grande problema di questi musicisti. Si può essere melodici anche articolando un fraseggio velocissimo se lo si fa con attenzione alle note cardine, altrimenti sarà solo un puro esercizio circense cui spesso assistiamo. Mi piace poter dire di aver raccontato delle storie nelle mie canzoni proprio grazie a come ho usato la tecnica per creare pathos o per dare una sferzata di energia quando richiesta, vibrando lentamente una nota lunga o suonando una rapida fuga.

“Electric Mist” contiene moltissime contaminazioni che ben convivono senza appesantire l’intera struttura dei brani. Quali le tue fonti d’ispirazione?
Le mie fonti d’ispirazione spaziano dai classici suoni hard rock all’ heavy metal degli anni ’80, passando per chitarre ambient e arrangiamenti orchestrali. “Electric Mist” ha influenze progressive rock degli anni ’70, AOR e persino musica classica: non è il tipico album orientato sulla chitarra, ma assolutamente un disco di canzoni in primis, dove ogni strumento ha un ruolo preciso e da me curato per guidare l’ascoltatore attraverso il brano.

Hai delle band che ami particolarmente citare fra i tuoi ascolti abituali?
Tutte le band degli anni ’80 prima degli stessi chitarristi, amo più le canzoni che gli assolo. È strano come ad esempio, ami ascoltare Malmsteen più negli ultimi anni che nella mia giovinezza. Ho un sacco di album e ho ancora vinili e cassette dei miei anni ’80 e ’90, quindi se devo scegliere posso dire Van Halen poi Winger, Dokken, Ozzy, Ratt e così via. Bands come Genesis, Kansas, Yes alimentano il mio amore per le armonie progressive e adoro ascoltare anche un certo country più pop (“Americana”) o autori come John Mayer e l’intramontabile Jeff Buckley.

Secondo te la scena italiana e quella varesina godono di nuove possibilità per convivere alla pari con i grandi nomi dello scenario internazionale? Hai qualche nome che ti senti di fare?
Sicuramente ci sono nomi italiani a livello internazionale, non solo legati alla chitarra e proprio in provincia di Varese è doveroso citare il mio amico Alessandro Del Vecchio (che suona l’Hammond sul disco). Un produttore “di razza” che lavora con Frontiers records e che si è ritagliato una grandissima credibilità sia dietro la consolle che sul palco. Lui è l’esempio di come credendo fermamente nelle proprie possibilità, senza chiedere il benestare di qualcuno o accettare compromessi per compiacere chicchessia, si possa portare il proprio nome all’estero cosa che ho fatto anche io nella mia ex band Doomsword con tournée e festival in tutta Europa.

In questo mondo dominato dai social pensi che esista ancora la possibilità di creare “nuovi sound” senza renderli troppo freddi e pensati a tavolino? Qualcosa che vada incontro ad una sana ricerca artistica piuttosto che alle logiche del mercato discografico?
C’è un senso esasperato di “mostrare” qualcosa nel suonare oggi. Oggi più di ieri con le storie di Instagram e con YouTube, ognuno tenta di focalizzare su di se l’attenzione per 30 secondi al giorno, senza creare contenuti, perché il giorno dopo c’è un’altra dimostrazione, un altro video, un’altra routine. Penso di essere stato molto più coinvolto nella scrittura di canzoni nella mia vita musicale che in una stravaganza forzata che non porta da nessuna parte ed è questa a mio avviso l’unica chiave per creare un prodotto fruibile e che possa conquistare l’ascoltatore. La musica è un piacere, o almeno dovrebbe essere vissuta come tempo di qualità. Oggi usiamo la musica come sottofondo o semplice intrattenimento, specie nei luoghi pubblici o negli spot. Mi chiedo come sia possibile scoprire e creare nuova buona musica se tutto si ferma solo alla “social” apparenza. Probabilmente l’algoritmo di Spotify è la nuova chiave per scoprire e seguire artisti con la stessa vena, ma non fa per me. Un album ben prodotto costa più di quanto la gente pensi e vale più dei pochi bit di un mp3 ed è questo che ho voluto fare: creare un prodotto nuovo e di alta qualità, strizzando l’occhio al passato che amo, ma trainandolo con suoni e tecnologie attuali, cercando di comunicare e suscitare un’emozione, con i suoni, con le immagini, con le atmosfere. Sapete una cosa? Mi ricordo che aspettavamo settimane per vedere consegnare gli album al negozio di musica locale (Riff Raff, Casa del Disco…), leggevamo recensioni, si collezionavano poster, ascoltavamo attentamente ogni sfumatura, guardando le copertine sognando perché non c’era un tutorial a spiegarci quello che sentivamo. La magia è sparita… Forse sono un dinosauro? Probabilmente, ma ho una forte speranza che qualcosa cambierà e riprenderemo a creare buona musica al di la delle tendenze e dei trend.

Stai già pensando alla realizzazione di un nuovo disco? Vuoi farci qualche anticipazione?
In realtà non con la mia musica ora (anche se ho alcuni spunti nuovi su cui lavorare) ma con una band heavy. Preferirei far conoscere questo lavoro che sento ancora molto fresco e a tal proposito avevo pensato di realizzare un piccolo festival di chitarra coinvolgendo amici in provincia e perché no, alcuni nomi big con cui ho collaborato. Mi piacerebbe davvero tanto anche se al momento è solo un’idea embrionale… chissà?

 

Melo Sarnicola

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