21 ottobre 2018

Bombino - il Tuareg elettrico - l'intervista di VivaMag

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Sono passati ormai tre anni dall’intervista fatta per VivaMag durante il Convergenze Festival 2015. Ascolto sempre volentieri la sua musica che unisce le sonorità autentiche del deserto ai ritmi avvolgenti del rock. Questa volta però ho scelto di fare delle domande più personali, per conoscere più “l’uomo” rispetto “l’artista”… ecco cosa mi ha risposto.

Quante volte sei tornato a casa, nel tuo deserto, quanto ti manca e quanto è il bisogno che senti di rivivere i tuoi posti dal vivo per ridare forza ed energia all’identità Tuareg che c’è in te? Per tutti esiste un luogo che è “casa”, un luogo al quale si pensa con nostalgia, ma anche un luogo da cui ci si è allontanati per diverse motivazioni. Come vivi questa distanza, questo rapporto casa-mondo, tu che da sempre sei lontano da casa, tu che da tempo sei un artista che accoglie contaminazioni e stimoli dal mondo intero, musicalmente e culturalmente parlando?
Attualmente, il mio anno si divide tra i mesi che passo in tournée e quelli in cui ritorno a casa, con la mia famiglia, e possiamo dire… con il deserto. Otto mesi all’anno, più o meno, li spendo in giro per il mondo in tournée. Gli altri quattro tra Niamey, dove vivono i miei figli e dove frequentano la scuola, e Agadez. In città non riesco mai trovare un perfetto equilibrio, ma in qualche modo bisogna fare. Certo, spesso mi prende la nostalgia del deserto, perché lì mi sento a mio agio, più che in qualsiasi altro luogo. Ma ormai sono sette, otto anni che faccio questa vita, in giro per il mondo, e mi sono abituato, in un certo senso. Una cosa che mi aiuta molto è il mio gruppo, che è diventato praticamente come una famiglia. Dunque non importa più in quale paese mi trovi, perché sono in ogni caso con la mia famiglia, e questa cosa per la mia anima è un’enorme sicurezza.

Quanto feedback ricevi dal pubblico africano? Senti che con la tua musica stai stimolando le nuove generazioni? Cosa pensi delle nuove generazioni africane? Il web, i social, la nuova tecnologia permettono una comunicazione molto più ampia in tutto il mondo. Che uso fai dei social e del web? Cosa ne pensi?
Bene, so prima di tutto che la mia musica è di grande influenza sulle nuove generazioni. E lo stesso vale per me, e per Tinariwen e per Ali Farka Touré, ad esempio. Ci sono artisti di altre epoche che hanno ispirato la mia musica, e so che non sono pochi i giovani in Niger che oggi sono ispirati dalle nostre musiche. Di generazione in generazione ci spingiamo sempre più lontano. Credo che sia giusto vivere il proprio ruolo, senza dimenticare che ognuno di noi fa parte di una lunga storia: non sono solo le nostre vite quelle contano, ma l’eredità di interi secoli. Il web mi piace molto. È diventato veramente importante per me che sono un musicista… nomade. Utilizzo molto spesso Facebook e Instagram. Come tutte le tecnologie però esistono i pro e i contro.

La tua musica, anche in Deran, utilizza esclusivamente il Tamasheck (la lingua Tuareg). Hai mai pensato di usare l’inglese o il francese con la musicalità tradizionale del deserto? Come unisci le sonorità occidentali rock e blues, assieme a quelle del tuo popolo, ti piacerebbe usare un linguaggio più “internazionale”? Sarebbe bellissimo per me poter capire i tuoi testi e sentire i racconti del deserto e dei Tuareg non solo nella musica e nell’atmosfera, ma anche nelle parole.
No, no assolutamente, per me, la mia musica sarà sempre e soltato in Tamasheck! Non sono contro le canzoni in inglese o in Francese, o in altre lingue. Ma per me non sarebbe più un’espressione naturale e la caratteristica fondamentale della mia musica è la naturalezza.

Dove suonerai prossimamente? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Dunque… stiamo per iniziare il nostro tour in Europa, per l’uscita del nuovo album Deran. A luglio ci sposteremo negli Stati Uniti, per una tournée di un mese, per poi ritornare di nuovo in Europa ancora un paio di mesi. Da novembre saremo in Australia. Oltre questi programmi non ho idea.

Intervista di Sofia Parisi

Photo Credit Richard Dumas

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