17 dicembre 2017

Intervista a Stefano Morandini - Madboys e Tube Agency

stefano morandini

Abbiamo incontrato Stefano Morandini, fondatore di Madboys Eventi e Concerti, booker di Tube Agency e direttore artistico delle serate di musica live presso le Cantine Coopuf di Varese.

Ciao Stefano, sicuramente tanti dei nostri lettori come musicisti, gestori di locali o organizzatori di eventi ti conosceranno già. Per tutti gli altri invece vuoi raccontare in poche parole di cosa ti occupi e da quando lo fai?

Mi occupo di tutto questo, che più semplicemente possiamo ridurre alla parola “musica”, e lo faccio praticamente da sempre. Come tanti mi sono prima dilettato nell’esibirmi come musicista per tanti anni; dopodiché, facendo un po’ di necessità virtù e un po’ perché forse mi riusciva meglio organizzare le serate piuttosto che essere protagonista io sul palco, ho iniziato. Al principio facevo suonare i gruppi di amici o degli amici degli amici, poi anche grazie al supporto del mio “guru” Dario Guglielmetti (ex Tube Records e attuale mio socio in agenzia) ho imparato il mestiere del booker. In pochi parole sarebbe organizzare i tour di diverse band (emergenti e più note) della scena italiana.

Grazie a questa preziosa collaborazione (con Dario), ho anche imparato a gestire al meglio i locali in cui lavoro come direttore artistico qui in provincia.

In realtà questo lavoro è un po’ una vocazione, quindi alla fine le fatiche, le perdite e le preoccupazioni vengono sempre ripagate dalla soddisfazione di fare qualcosa che possa accrescere il livello culturale in una città (Varese) e più in generale in Italia, dove comunque la musica è ancora considerata un elemento accessorio e non un valore primario.

Quali problematiche riscontri più frequentemente con il tuo lavoro?

I problemi che riscontro sono fondamentalmente tre. Il primo, che è più generale e di livello burocratico, è che in Italia i locali medio/piccoli, o comunque le organizzazioni emergenti e le associazioni hanno a che fare con una burocrazia molto complicata nelle dinamiche e macchinosa. Tanti non riescono ad adempiere a tutto quello che viene richiesto, ai mille permessi, alle certificazioni, alla SIAE, all’agibilità, ecc… Nessuno vuole fare le cose fuori legge, ma credo che uno snellimento di tutto questo iter sarebbe più che opportuno per questo tipo di attività.
Il secondo problema è “il pubblico”, e qui parlo più di Varese perché è la realtà che conosco meglio. Non mi aspetto che tutti i locali che propongono musica siano pieni (anche se mi piacerebbe molto), è giusto che ci sia gente anche nei bar del centro, però qui da noi il numero di persone che passano la serata fermi e con il mojito in mano è molto più alto rispetto a chi frequenta i club, i teatri, le discoteche, ecc… E questo secondo me non va bene. E’ compito nostro (degli organizzatori) cercare di “educare” il pubblico, ma anche chi sta “ai piani alti” deve aiutarci nel farlo.
Il terzo problema è di tipo economico. Nel senso che i piccoli locali si autosostengono grazie ai proventi del bar e della biglietteria e tante volte a fine serata “si va sotto” perché, come dicevo prima, il pubblico spesso non capisce l’importanza di sostenere queste iniziative, pagando appunto un biglietto o consumando al bar. E comunque le piccole realtà, generalmente, non sono sostenute da nessuno e non ci sono contributi di altro tipo da poter sfruttare.

Cosa significa fare booking oggi in Italia secondo te? 

Significa fare fatica, ma significa anche credere nella musica. Ci sono tanti progetti emergenti validi. Io stesso posso dirti di avere tre o quattro nomi in roster molto interessanti che meritano un buon investimento. Un ottimo booker a mio avviso dovrebbe essere capace sì di vendere, ma ancora più di “comprare” gli artisti con la sua professionalità e con il suo modo di fare. Parlando di me, attualmente mi trovo a confrontarmi con tanti artisti miei coetanei che potrebbero essere davvero (e in alcuni casi lo sono) gli amici con cui vado al bar. Forse si è ridotta la distanza fra booker e artista, sarà un fatto generazionale presumo. Poi comunque c’è anche da dire che il lavoro è lavoro e nessuno fa niente per niente, chiariamo.

Cosa ne pensi della nuova musica emergente che si sta consolidando nel panorama italiano?

E’ valida tanto quanto quella che c’era cinque o trent’anni fa. Tante volte si pensa che il passato sia sempre meglio di ciò che c’è adesso, ma secondo me non è affatto così. Certo, il passato insegna al futuro, ma è anche vero che è giusto aprirsi a nuovi generi e alle nuove forme musicali. Poi i gusti sono gusti ma i modelli comunicativi cambiano in base alle generazioni e quindi è normale che adesso siano in voga generi come l’indie o la trap. Magari un “vecchio” come me non le capisce perché appartiene ad un’altra epoca ma non per questo significa che questa musica sia da buttare, anzi…

E degli artisti varesini?

A Varese siamo un po’ indietro per i motivi di cui sopra. Di musica nuova, originale e valida ne esce ma poca. Finché non si darà la possibilità agli organizzatori di creare più situazioni in cui proporre nuovi progetti dovremo sempre attingere a ciò che abbiamo già sentito mille volte a discapito delle nuove proposte.

Cosa ne pensi della musica dal vivo nel locali o club? E guardando al futuro?

Penso che oggi come non mai ci sia un panorama in crisi. Purtroppo il discorso “dell’educazione” del pubblico è un aspetto molto importante che spesso viene sottovalutato. Bisogna che impariamo a considerare la musica come un lavoro: un concerto non ha nulla di diverso rispetto a una proiezione cinematografica o ad uno spettacolo teatrale per i quali (salvo rare eccezioni) si paga un biglietto. Ecco, la musica deve essere alla pari di queste altre forme di spettacolo. Naturalmente sto parlando sempre delle situazioni medio/piccole e di produzioni di basso/medio costo. Questo non accade nell’ambito dei grandi club, teatri, palazzetti, ecc… I biglietti per i grandi artisti si vendono sempre, magari con qualche “caduta”, ma mediamente il mercato in questo frangente è ancora vivo.

Parliamo di festival: secondo te l’offerta della nostra provincia potrebbe contribuire ad un rilancio turistico del territorio?

Al momento no. I festival che ci sono (alcuni li organizzo anche io) sono belli, divertenti ma sempre un gradino, se non di più, sotto ad altri in altre province. L’unico che avevamo e che era ad un livello più alto (Albizzate Valley Festival) si è ridimensionato e quindi abbiamo perso un po’ il nostro baluardo. Però confido nel futuro, affinché quelli che sono rimasti o che si sono trasformati, possano crescere. E mi auguro anche che ne nascano di nuovi, anche e soprattutto all’interno del Comune di Varese, dove manca un vero festival musicale di cartello.

E a livello nazionale? Prendiamo come esempio lo Sziget festival…

A livello nazionale invece non siamo messi così male. Faccio qualche nome: Idays, Home, Beat Festival, Siren, o anche le rassegne come Carroponte danno sicuramente tanta qualità e prestigio. Il problema ripeto rimane nei piccoli centri come Varese.

Il punk è morto?

Questa domanda immagino sia per me… Dovrei dirti “no comment” e invece ti rispondo solo con un “no, non è morto”. Più diplomatico di così…

Madboys

Tubeagency

Vincenzo Morreale

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