17 dicembre 2017

Intervista ad Andrea Manenti - L'Avversario

Abbiamo incontrato Andrea Manenti, autore del progetto L’Avversario che ha esordito lo scorso 24 ottobre con il videoclip “Le Feste”, diretto da Ivan Vania (premio MEI 2007 per la miglior fotografia) e con protagonisti Silvio Raffo e Ania Parii.

Ciao Andrea, vuoi parlarci sinteticamente del percorso artistico che ti ha portato a concepire il progetto “L’Avversario”?

Ho sempre suonato con altre persone e musicisti, fortunatamente sempre persone belle e interessanti, a partire da Mind Drop, per arrivare all’avventura fantastica del collettivo dei Downlouders, in cui al centro non c’era l’individuo, l’unica cosa importante era (ed è ancora) il collettivo. Amo il concetto di band e l’ideale del “suonare insieme” come metafora del vivere insieme e condividere qualcosa, insomma quella è la parte più bella della musica: unisce i musicisti e poi, se succede la magia, unisce il pubblico con se stesso, tutti sono riconciliati e si sentono meglio di prima (un sentimento catartico).

Dall’altra parte, visto che stare da solo è la cosa che più mi spaventa, volevo vedere cosa sarebbe accaduto e l’ho fatto non appena me lo sono potuto permettere: il risultato è strano, assolutamente schizofrenico, è venuto fuori l’Avversario.

In attesa del disco “Lo Specchio” abbiamo potuto ascoltare, e vedere, il videoclip “Le Feste”. Quali pensi siano le motivazioni che ti hanno spinto a scegliere il “tema del doppio” per il video e per tutto l’album?

È emerso da solo, un tema che mi ha sempre catturato, legato all’introspezione: tutti noi siamo divisi in due, viviamo un continuo dialogo interno che genera conflitti… ed è un bene, perché, come nei romanzi o nei film, i conflitti interiori insinuano il dubbio, generano l’azione, portano al cambiamento. Fight Club. Esempio perfetto, quasi didascalico, della schizofrenia sociale in questo eterno deja-vu postmoderno che viviamo.

Di rimando, il nome del progetto, il nome del disco… il doppio è proprio il tema centrale, nonché la struttura formale su cui è basato questo disco folle.

Hai paura dello specchio?

Mi dà più che altro la nausea… Lo specchio è (anche) metafora dell’autocritica (conosci te stesso, ammoniva il primo filosofo) ogni tanto lo guardo e ci vedo uno che non mi piace, quindi cerco di diventare una persona più buona, più amorevole, più altruista e paziente rispetto al giorno prima, che poi è l’unica cosa che conta davvero.

Cosa puoi dirci sulle registrazioni del disco?

L’ho fatto con il mio migliore amico, Andrea Cajelli aka Cajo, nel mio posto preferito: La Sauna Studio Recording. Per non finire a suonare insieme anche in questo progetto (suonare insieme è sempre stato automatico per noi due) ci siamo divisi i ruoli in modo rigoroso (artista vs. fonico) e ci siamo dati dei compiti i più difficili possibili: come l’idea di fare un canone inverso. Questo è stato il delirio: non mi dilungo perché è piuttosto complicato da spiegare, diciamo che abbiamo dovuto inventarci da zero un metodo che ci permettesse di fare un lavoro che nelle premesse è completamente diverso da come si lavora di solito (anche se poi il risultato è solo un disco, come sempre).

Io scrivevo e improvvisavo e lui mi dava il suono migliore possibile su ogni cosa e mi faceva suonare gli ampli più fighi che aveva tipo sala giochi. Abbiamo fatto i primi test a giugno del 2016, per capire quanto fosse fattibile un canone inverso come lo pensavo io e come avremmo potuto organizzarlo. Dopo l’estate sono tornato in studio per due settimane ed avevamo la prima versione del disco… aggiustamenti vari, mix, mastering, si era fatto ormai dicembre. Poi è successo il peggio che potesse succedere*, il disco è rimasto a sedimentare, tra timidi tentativi di capire se potesse interessare a qualcuno, se buttarlo alle fiamme o pubblicarlo.

(* La prematura scomparsa di Andrea Cajelli)

Cosa ti piacerebbe sperimentare nei tuoi prossimi lavori?

Vorrei partire dal sound che abbiamo raggiunto in sala prove per preparare il live: vieni a sentirci, il live è già una cosa diversissima dal disco, suoneremo al circolo Arci Gagarin di Busto Arsizio il 27 gennaio 2018.

Parlando del video “le Feste” cosa puoi raccontarci sulla sua realizzazione e sulle location nelle quali è stato girato?

Lo abbiamo prodotto noi come società (è il mio lavoro), ed abbiamo dato regia e carta bianca a Ivan, che secondo me è uno dei migliori dop che ci siano in giro. È proprio visionario. Lo ha girato tutto in anamorfico con la Arri Alexa (champagne). Abbiamo parlato un po’ di “A ritroso”, di Huysmans, di questo tipo malato che fugge dalla città, si perde nella sua mente e nelle sue allucinazioni… la decadenza.

Villa Toeplitz è a pochi passi da casa mia, un posto magico ed unico, oltretutto è simmetrico (specchio specchio delle mie brame)… ho tantissimi ricordi belli lì. Gli interni e la piscina sono invece girati a Bodio, a Villa Bossi.

Pensi che in questo momento storico per la musica, underground o mainstream, sia ancora momento di “feste”?

Buon per chi festeggia! Ogni epoca ha la discografia che ha, in questi anni trovo ancora musica interessante in giro: l’underground sta esprimendo tanta diversità, perlomeno. Quindi ok per feste decadenti, o almeno non troppo conformiste…

Cosa puoi dirmi del panorama musicale odierno? Ci sono ancora progetti o artisti che pensi abbiano influenza sul tuo modo di scrivere e comporre musica?

Cerco di ascoltare la migliore musica che trovo, la migliore per me. Ascolto musica praticamente 18 ore al giorno cambiando genere in base agli orari. Però le influenze migliori per me arrivano soprattutto dai libri. Ne leggo molti e mi ispirano, mi intrattengono in un modo del tutto diverso.

In ogni ambito, anche nel cinema o nei tv-show (le cosiddette serie) di qualità, c’è di tutto e, se si ha voglia di cercare o di chiedere a quelli che hanno gusti simili ai nostri, si può veramente passare il tempo in compagnia di ottimi prodotti.

Com’era essere “dark” da adolescente? Ti ho visto suonare nei Mind Drop credo nel 1995…

Come adesso, credo: non è proprio che scegli di esserlo, lo diventi. Quella era una band in cui sono entrato quando avevo 16 anni, ci ha fatto crescere insieme bene, ci ho trovato i miei primi fratellini. C’era già un’attitudine di ricerca, abbiamo imparato tantissimo da quell’esperienza e il live secondo me era peculiare, basato sulla ripetizione e l’ipnosi. Da adolescente era tutto instabile, nuovo ed inedito, ma io ero spesso molto triste e chiuso. Ora credo negli abbracci, anche tra dark.

Vuoi raccontarmi l’aneddoto più divertente che ti viene in mente in questo momento?

Ovviamente nessuno!

Vincenzo Morreale

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