22 gennaio 2019

Un posto al cinema - Lo chiamavano Jeeg Robot

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Lo chiamavano Jeeg Robot

di Gabriele Mainetti

Enzo Ceccotti, un disperato di borgata, dopo esser entrato in contatto con una sostanza radioattiva scopre di aver acquisito una forza sovrumana che utilizza inizialmente per continuare la sua carriera di ladruncolo. Sarà l’incontro con Alessia, svitata vicina di casa cresciuta con il mito di Jeeg robot d’acciaio, a ridare senso e queste nuove abilità.
Un esordio cinematografico quello di Gabriele Mainetti che non stupisce chi ha già visto i suoi premiati cortometraggi dove cinema di genere, drammi di periferia e manga si intrecciano. Lo chiamavano Jeeg Robot mescola sapientemente gli elementi già presenti in questi corti: una robusta e lineare sceneggiatura, un immaginario comune a tanti quarantenni cresciuti a pane , nutella e robot, un gruppo di attori assolutamente in parte, una contestualizzazione popolare efficace. Siamo infatti a Tor Bella Monaca, dove i grigi palazzoni che sprofondano nella campagna romana possono rimandare al cinema di Pasolini o all’Ostia di Caligari. Ma il vero riferimento di Mainetti paiono piuttosto essere i Manetti bros, artigiani italiani che hanno rianimato un cinema di genere italiano dato per disperso.
Il regista costruisce una grande fiaba classica con un eroe che necessita di una principessa, la vicina di casa, per ricollocare il suo potere in una narrazione accettabile, fornendo un racconto che renda sensato quanto sta accadendo. Solo accettando il suo esser anche Hiroschi il nostro Enzo potrà scagliarsi contro il regno delle tenebre della regina Himica.
Il film riesce ad avere la necessaria fluidità per scartare costantemente dall’action movie al dramma romantico, dal fumettone alla black commedy restando integro, ironico ma non eccessivamente cazzaro. Un miracolo produttivo da contrapporre ai tanti sopravvalutati “esordi autoriali” del cinema italiano che ancora imperversano nei festival.

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