Black Snake Moan – L’intervista di VivaMag

Le interviste telefoniche, per quanto siano le mie preferite, nascondono un numero indefinito di insidie. Per far fronte ad eventuali inconvenienti tecnici, mi sono trasformato in una sorta di one man band delle interviste, attrezzando una postazione deathproof. Tre registratori, un PC portatile, casse bluetooth dal volume assassino per lo smartphone, powerbank d’assalto e santino di Lester Bangs a vegliare su tutto.
Con le dovute proporzioni, ho potuto assaggiare quello che Marco Contestabile, in arte Black Snake Moan, prova ogni sera sul palco, districandosi fra chitarre, batteria e voce, per portare in scena quella che è la one man band più interessante del momento. Il sacrificio, si sa, porta sempre i suoi frutti, che si traducono in una psichedelica chiacchierata di quaranta minuti con un musicista eccezionale, fra blues, cambi di corde e visite del corriere Amazon.

Hai appena concluso la prima parte del tour, com’è stata la risposta del pubblico al nuovo album? Hai notato qualcosa di diverso rispetto alla serie di concerti in supporto al precedente lavoro?
La prima parte di questo mini-tour, in supporto a XIXA, è stata una bellissima prova. Facendo da “gruppo spalla”, ho un set di circa mezz’ora e ho cercato di trovare la dimensione giusta con una scaletta, che possa essere incisiva e allo stesso tempo, rendere giustizia al nuovo disco. Un disco, che ovviamente trova la sua dimensione perfetta, in un set live più completo. Sono molto soddisfatto, ho visto anche una buona risposta del pubblico, anche nelle date all’estero. L’album live è molto vicino, se non identico al disco. Ho voluto mantenere a tutti i costi una certa fedeltà e sono molto contento del risultato, è un live molto più ricco.

Phantasmagoria, è decisamente stratificato rispetto al tuo lavoro precedente. Che tipo di sfida rappresenta, riuscire a renderlo altrettanto potente dal vivo? Che accorgimenti hai escogitato?
Volevo mantenere la mia identità da artista solista. Non ho voluto fare troppe sovraincisioni in studio e passare per il one man band, che si “looppa” in continuazione. Volevo essere più sincero possibile e gestirla nel modo più reale e veritiero. È stato molto stressante, soprattutto nelle prime prove in sala, non lo nascondo. Ho una tastiera a sinistra, i looper con cui carico la tampura, 5 chitarre, accordature aperte e la  pedaliera con gli effetti. Ci sono tante cose da tenere a bada e tenere sotto controllo, per un solista come me, che ha tutti gli arti occupati. Sono entrato nel mood ed è abbastanza tutto sotto controllo: quando comincia una canzone, si inizia a viaggiare e non si può più tornare indietro. Questo tour doveva dare una risposta a molte mie domande e molte insicurezze, è andato tutto liscio.

Come tanti, hai iniziato anche tu militando in diverse Band, cosa ti ha spinto ad andare in solitaria?
La scelta di vivere di musica, solo questo. Avevo in mente da tempo un progetto solista, un percorso che fosse gestito interamente da me. Con le band era una cosa un po’ più così, non professionale. Mi ha spinto anche la voglia di suonare la chitarra. Prima suonavo la batteria, ma sempre cantando contemporaneamente, mi è sempre piaciuto fare più cose assieme. Questa attitudine, è nata quand’ero piccolo, volevo suonare uno strumento e cantare. Grazie a mio zio, che mi ha dato tante nozioni sulla musica, ho scoperto molte band 60s e 70s tipo The Band, con il batterista impegnato anche nel canto. Sono partito con la batteria e solo successivamente sono arrivato alla chitarra, che poi non mi ha più abbandonato. Per esempio, ora siamo al telefono e sto cambiando le corde alla chitarra. Una dodici corde, è un bel macello. Posso dire, che è nato tutto dalla chitarra, volevo suonare in un progetto che rappresentasse i miei colori, le mie attitudini. Non volevo essere solo un Bluesman o lo Psych in stile Syd Barrett, dovevo fare qualcosa che fosse mio e che mi rispecchiasse completamente. Sì, la one man band, è la mia dimensione ideale.

Una cosa che ho notato, parlando di influenze e riferimenti, è che Sebbene siano tutti ben riconoscibili, rimane tutto unico e molto personale. Ti sei creato una tua identità ben precisa, come sei riuscito a far convivere elementi tanto differenti in maniera coerente? È stato tutto abbastanza naturale. Le influenze hanno dato una forma alle mie espressioni, ma non ho mai guardato ai grandi cercando di emularli. The Doors sono la mia band preferita, dentro di me sento qualche elemento di loro e dei primi loro lavori, come il reading in stile Morrison. Da Syd Barrett ho preso spunto per le progressioni degli accordi, mentre dai Beatles certe armonie orientali. Ho sempre fatto tesoro di ciò che ascolto. Mio zio mi fece sentire Joe Cocker a Woodstock. Da lì sono andato in fissa con il rock psichedelico e tutto quello che riguarda il mondo anni 60 e 70. Poi successivamente ho scoperto la neo-psichedelia: Brian Jonestown Massacre, Dandy Wahrols, Black Angels e Black Rebel Motorcycle Club. Queste ultime due band, mi hanno proprio aperto il cuore, nel senso che con loro ho scoperto cosa volevo fare. Quando senti determinate band che suonano quello che cerchi di realizzare in studio, è assurdo, senti davvero il senso di appartenenza.

Dei Black Rebel Motorcycle Club, infatti, ho trovato tantissimo. Soprattutto nella prima traccia, ho avuto un flash dal periodo Howl Ah… sono sorpreso da queste cose, non ci avevo minimamente pensato. Nel senso, è uno dei miei album preferiti, ma non pensavo ci fossero grossi rimandi.

Parlando sempre di Live, hai suonato molto all’estero. Quali differenze hai notato fra l’Italia e il resto d’Europa, nel fruire la musica live?
La curiosità per la musica, all’estero è veramente un culto e va oltre ogni cosa. C’è molta più partecipazione, interesse. Vince la controcultura, che non si basa tanto sulle mode o sulle attitudini di un determinato periodo storico. È tutto molto più semplice e coerente.

Ecco, io ho avuto modo di vedere qualche concerto all’estero e ho notato, che c’è molta più compostezza rispetto che da noi. Sembrano più attenti a godersi all’esperienza musicale, che ad altro. Esattamente, è proprio così. In Francia, è successa una cosa forte durante un mio concerto. Ad un certo punto, mi sono accorto che tutto il pubblico aveva gli occhi chiusi e viaggiava ascoltando la musica, è stata una sensazione pazzesca. È stato bellissimo, è qualcosa che succede spesso all’estero. Sono contento che ci sia questa partecipazione ipnotica.

Un paio di giorni fa, mentre realizzavo un’altra intervista, è saltato fuori il tuo nome. La persona che stavo intervistando, ha avuto modo di vederti live ed è rimasto davvero impressionato, anche per questo genere di partecipazione. Tu questa cosa come la vivi?
Mi piace, c’è trasporto, interesse. Mi piace questo mood.

Influisce in qualche modo su quello che poi fai su palco? No, è molto difficile che mi deconcentri al momento. Sinceramente, sono altre le cose che mi danno fastidio, tipo il classico brusio di sottofondo fra un pezzo e l’altro.

Prima parlavamo di chitarre e del tuo setup live, attualmente come si compone il tuo “arsenale”?
Sto cercando di sfoltire un po’ la strumentazione, perché in auto non ci sta sempre tutto. Attualmente uso una Coral Sitar Danelectro, una Gretsch 6 corde, una Rickenbacker 370 dodici corde e altre chitarre, sempre a dodici corde. Diciamo che la protagonista di questo disco e del live, è sicuramente lei, la dodici corde. Rappresenta bene la mia concezione di psichedelia. Se non mi fossi avvicinato a lei, molte cose non sarebbero venute fuori. La chitarra a dodici corde, ha estrapolato quello di psichedelico ho dentro.

Utilizzi accordature standard o aperte?
Uso solo  accordature aperte. Mi sono avvicinato alla chitarra con il blues, suonando lo slide. Ad un certo punto mi sono stancato dello slide e sono passato alle accordature aperte. Diciamo che ho trovato la mia dimensione, il mio stile con questo tipo di accordature.

Questo è il primo album che registri sotto etichetta. Come e è stato passare da una dimensione completamente “fai da te” a qualcosa di più strutturato?
Dopo aver registrato l’album, in accordo con il mio manager, abbiamo iniziato ad inviare mail a quelle etichette che ritenevamo adatte al mio progetto. Avevo un’idea precisa in mente, non potevo più lavorare in solitaria e ho iniziato a sentire l’esigenza di avere alle spalle una squadra. Abbiamo avuto proposte dall’estero, ma la Teen Sound Records (costola della Misty Lane Records) rappresenta  tutto quello che stavamo cercando, sono molto felice di aver intrapreso questo percorso con loro. La Tempesta, invece, è una delle poche etichette italiane che fa ancora musica underground e lavorare con loro, è davvero interessante. Essere un’artista con due etichette mi conforta, mi da una carica veramente forte.

Avere un team che ti supporta, ti permette anche di concentrarti più sulla musica, giusto? Si, anche se sono sempre molto partecipe negli altri movimenti. Più che altro, mi da un sacco di energia, davvero tanta. Mi dà il modo di approcciarmi in maniera più professionale e allo stesso tempo, mi rende molto sereno.

Il tuo nome, oltre che di una canzone di Blind Lemon Jefferson, è anche il titolo di un film con Samuel Jackson e Christina Ricci. La protagonista della pellicola, è affetta da un disturbo che le provoca un desiderio sessuale incontrollabile, che deve assolutamente soddisfare. Mi piacerebbe fare un parallelismo fra questo concetto e il tuo approccio artistico. In altre interviste, hai detto che ognuno di noi ha una propria ossessione da sfamare, qual è la tua?
Il film non mi è piaciuto. L’ho scoperto successivamente, per carità è un film figo, ma il blues è raccontato malissimo. Personalmente, vorrei non annoiarmi mai di quello che faccio, vorrei evitare di ripetermi e mi piacerebbe lasciare un messaggio sempre nuovo. Sia a livello sonoro, che testuale. Ogni mio testo, racchiude sempre diversi significati. Tuttavia, non sono una persona che si sente ossessionata da qualcosa. Ho sempre sentito la necessità di fare cose che rappresentassero quello che sono. Alle persone a cui parlo del mio progetto, mi piace dire che sono quello che suono e suono quello che sono, non ho mai badato a nessun cliché o situazioni stereotipate. È tutto legato al mio istinto e ai miei gusti.

Ecco, restando in tema di stereotipi e cliché, molti artisti emergenti, sono schiavi delle mode del momento e modificano il loro stile, in base a quello che dicono le tendenze o le riviste indie. Questa attitudine, spesso, porta ad una standardizzazione dell’offerta, con il conseguente appiattimento del panorama musicale. Da artista indipendente, come vedi questo modo di approcciare la musica? Questo è un errore gravissimo, per me. Seguire la tendenza, è uno dei peggiori regressi dell’arte più in generale. Se ci pensi bene, se tutti seguissero la stessa linea, alla fine non emergerebbe nessuno. Forse solo il capostipite, che non è necessariamente il migliore di una determinata corrente. Non voglio usare glislogan che usano tutti, ma sarebbe bello risentire le chitarre e non parlo di assoli o di tutte le cazzate, che riguardano il cliché del chitarrista smanettone, il cosiddetto Riccardone. Vorrei qualcosa di molto più originale. Ci sono tante situazioni belle, originali e non capisco perché si debba sempre ricadere nei soliti cliché. L’indie è interessante, ma resta tale solo quando riesce ad essere stimolante, senza riproporre sempre le stesse fotocopie. Omaggiare, è bello, ma emulare no. Per un artista, è importante avere una propria connotazione, no?

Cosa dobbiamo aspettarci da Black Snake Moan nel 2020? Tante belle notizie. Un nuovo tour, nuovo materiale e tante date. Spero di far sentire il nuovo album a quante più persone possibili.

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