Canova – L’intervista di VivaMag




L’appuntamento è per le 19.30, ma sono in postazione già da venti minuti abbondanti. Controllo più volte gli appunti, le domande che ho preparato e il mio taccuino. Sono tutti li, esattamente dove li ho lasciati 2 minuti fa. I tre registratori sono puntati e pronti a scattare, sono forse troppo zelante? Lo sarebbe chiunque, in una situazione simile. Non capita tutti i giorni, infatti, di parlare in viva voce con Matteo Mobrici, cantante e autore dei Canova, una delle realtà più interessanti del momento. Certo, suoneranno al Woodoo Fest “solo” il prossimo 18 Luglio e avrei tutto il tempo di rimediare ad eventuali errori, ma meglio non correre inutili rischi, giusto?

È ora, il telefono è libero.

Pronto, Matteo? Ciao, Simone, VivaMag. Ti chiamo per L’intervista

Ciao, mi hai chiamato tu prima?

Si, più o meno cinque minuti fa

Si, scusami, l’intervista precedente si è dilungata un po’

Non ti preoccupare, come stai?

Bene Bene, grazie, tu?

Bene grazie… Ti faccio una premessa sull’intervista che andremo a realizzare. Solitamente non faccio grossi lavori di Editing o taglia e cuci, mi piace restare il più sincero possibile.

Quello che dico, dico… quindi

Quello che dici, dici. Esatto. Come sta andando il tour?

Guarda inizia ufficialmente domani, perché abbiamo fatto due date, però singole. Per noi il tour è davvero tour, quando diventa quella cosa che stai fuori per una settimana e fai più date. Diciamo, quindi, che inizia tutto domani.

Siete a Mestre domani, giusto?

Si, Facciamo l’Home Festival a Venezia, poi andremo a Brescia e Roma. Dopo torniamo a casa qualche giorno e ripartiremo ancora.

Poi ci vedremo il 18 Luglioa Cassano Magnago, per il Woodoo Fest

Esatto, che è settimana prossima, giusto?

Giusto. Rispetto al tour precedente, avete notato una partecipazione diversa del pubblico? Anche a livello numerico, parlando di presenze.

Ma guarda, sicuramente è un po’ cambiato tutto, ma non solo nel nostro caso. Il 2017 è stato un anno molto particolare, non era ancora partito nulla di quello che c’è adesso e c’era una grossa partecipazione dal basso. E noi eravamo lì, assieme agli esordi di Gazzelle e Giorgio Poi, era un’annata molto fresca. Quest’anno, è un po’ tutto cresciuto.

Parlando appunto di crescita, vi hanno infilato in questo calderone dell’It-pop, che è diventato enorme dall’oggi al domani. Ho avuto modo di vedere anche altri artisti di questo movimento, sia nei piccoli club, che nei palazzetti. A volte, mi sono sembrati un po’ spaesati nella nuova dimensione “Big”. Ogni tanto ho l’impressione si sia voluti diventare troppo grandi, troppo in fretta, come quegli adolescenti che vogliono bruciare le tappe. Cosa ne dici?

Ma guarda, Il problema di questa cosa, è che non dipende dagli artisti. Insomma chi è riuscito a fare i Forum e addirittura gli stadi, lo ha fatto grazie ad una grande richiesta di pubblico. In questo caso, è l’artista che è dovuto crescere in fretta rispetto al proprio pubblico. Penso che uno finisca per trovarsi in una certa condizione o situazione. Sinceramente non so dirti come possa essere stato per loro, ma sicuramente passare in due anni da suonare in locali da 100 persone a fare solo concerti da 10 mila, deve essere stata una gran botta di adrenalina.

A livello di live show, come state affrontando questo momento?

Sicuramente l’estivo è molto diverso dai Club. Nel caso dei festival, hai la possibilità di conoscere altri musicisti dietro le quinte e questo crea nuovi rapporti umani o anche artistici magari. Quindi, già per questo aspetto è davvero entusiasmante. È molto stimolante, anche perché spesso ti ritrovi a suonare per un pubblico che non è il tuo. È sempre una “prima volta” in un certo senso, riesci ad accogliere persone nuove che magari non ti hanno mai ascoltato live o probabilmente nemmeno su disco. Poi, ovviamente, l’estivo è sempre una situazione più festaiola, perché magari in inverno, il giorno dopo, spesso hai altre cose da fare, mentre in estate si è più liberi mentalmente e si riesce a sfogarsi meglio.

Sempre parlando di live, molti creano a tavolino siparietti e gag, che ripropongono ad ogni concerto. Mi è capitato di vedere più concerti dello stesso artista durante lo stesso tour e mi sono trovato davanti ad alcune situazioni copia/incolla

Il Teatrino dici?

Si, voi siete riusciti a mantenervi più spontanei in questo senso? Voglio dire, programmate qualcosa o vi lasciate trasportare?

No, guarda, non c’è nulla di preparato, se non a volte le scalette. Nel senso che le scalette sono quel canovaccio che ti da’ una linea per portare avanti il live, però non prepariamo questo tipo di situazioni di cui parli, i siparietti. Il nostro live, poi, è molto scarno, non so come dirti. Per scelta non abbiamo mai voluto grandi scenografie o robe all’americana, perché comunque puntiamo tutto sulle canzoni. Il nostro concerto, è una raffica di canzoni e c’è poco spazio e poco tempo per altro, per monologhi o momenti comici. Anche perché abbiamo notato, che per inserire queste situazioni, devi tagliare delle canzoni e questa cosa non fa parte della mia idea. Non vorrei mai che qualcuno tornasse a casa scontento per non aver ascoltato una determinata canzone, perché ha dovuto sentir me dire “aprite i porti”, per dire.

Certo

è un concerto. Non è, come dicevo prima, un momento comico, politico o che ne so. Ai nostri concerti ci sono le canzoni.

Continuando a parlare di setlist, prima mi dicevi che per voi è più un canovaccio. È sempre uguale o varia di sera in sera?

No, cambia. D’inverno, nei club, abbiamo una scaletta più “fissa”, mentre d’estate hai situazioni diverse ogni sera. Nei festival dipende dall’orario in cui suoni, quindi ci sono serate in cui suoni meno e devi cambiare qualcosa o serate in cui c’è un’ospite e fai altre modifiche. In estate, è tutto più rilassato. Le uniche cose che sappiamo essere fisse, sono i pezzi con cui apriamo e chiudiamo il concerto, poi il resto può cambiare di sera in sera.

Quindi un’esperienza diversa di concerto in concerto?

Magari si. Qualcuno può sentire una certa canzone in una certa città e se viene la sera dopo in un altro posto, magari non è più in scaletta. Siamo molto sentimentali in questo. Per assurdo, se una sera una canzone esce male, viene quasi cancellata dalla setlist, oppure, visto che siamo testardi, la continuiamo a suonare finché non esce al meglio. Dipende dai casi.

C’è un pezzo che dovete per forza suonare ogni sera, altrimenti rischiate di non uscire vivi dal locale?

Ah beh si, assolutamente… Threesome è una canzone che viene cantata ancora prima che inizi il concerto, la mettiamo apposta alla fine, per dare fastidio. È una canzone perfetta per chiudere un concerto, dopo di quella non può esserci altro.

Per preparare quest’intervista, ho voluto sondare un po’ il terreno fra amici e colleghi, cercando di capire cosa pensassero dei Canova

L’opinione pubblica (ride – ndr)

Esatto, l’opinione pubblica. La mia di opinione, te la dirò a fine intervista, a microfoni spenti. Fra le critiche che si muovono ai Canova, c’è il classico evergreen della ‘mancanza di originalità’. Al di là del fatto, che anche i detrattori, dovrebbero iniziare a pensare di rinverdire il loro repertorio, credo che la forma canzone Verse-Bridge-Chorus, abbia ancora qualcosa da dire e che la semplicità, oggi, sia l’unico modo per essere davvero rivoluzionari. Cosa ne pensi?

Bisogna capire da che punto di vista si parla di originalità, tipo se per originalità intendiamo affrontare la musica in base ai trend del momento. Ad esempio, se facessimo un disco Trap, sarebbe sicuramente più originale dell’ispirarsi e prendere come modello Rino Gaetano. Sicuramente dipende dai punti di vista. Non vedendomi come un progetto discografico, la vedo in una maniera molto più semplice. Io scrivo le canzoni nel modo in cui ho sempre fatto. Non ci sediamo attorno ad un tavolo a cercare come dei chimici, la formula migliore e più efficace per raggiungere il numero uno in classifica o avere sempre più presenze ai concerti. Se queste critiche ci sono, sono giuste e rispettabili, ma di contro, posso dirti che dietro il mio processo creativo, non c’è nessun ragionamento. È come se ti chiedessi di essere originale nello starnutire, come può essere originale uno starnuto? È un qualcosa che esce in maniera naturale. Poi ovvio, se qualcuno vuole andare ad analizzare gli arrangiamenti, posso darti ragione, ma ti dico che certe soluzioni, in futuro non ci saranno più. Una volta adottate, non le ripeteremo. Forse non è solo qualcosa come dici tu, legato alla forma canzone, perché anche nella Trap la struttura è la medesima, è più una questione di linguaggio. Se mi parli di suoni e arrangiamenti, ti do ragione, sappiamo benissimo di avere delle influenze abbastanza datate.

In effetti, parliamo lo stesso linguaggio musicale

Però è una scelta, non so come dirti. Quando fai musica o qualsiasi altro lavoro, hai davanti mille possibilità. Quando decidi di arrangiare un brano seguendo lo stile degli Oasis, è una scelta. Altrimenti, avremmo potuto inserire il charleston veloce della Trap o i “bassoni” dell’Hip-Hop. Hai tante possibilità quando vai ad arrangiare un pezzo, la nostra è una scelta. Poi, ovviamente, siamo consapevoli di non aver inventato nulla, ma non era mai stato nelle nostre intenzioni.

D’altra parte, potrei anche dire, che il segreto del successo dei Canova, sta proprio nel fatto, che ogni brano risulta essere “familiare”

Probabilmente, Si. Può essere

Fra le altre cose, ho letto che amate definirvi Pop, quando fino a qualche anno fa, la parola Pop era bandita dal dizionario di qualsiasi band.

Lo sappiamo benissimo. Quando arrivavamo nei locali, con la locandina con sotto il nostro nome scritto il genere Musicale… (Ride – ndr) Per di più, il Pop in italiano, era visto come una roba da esorcista. Però fai conto, che noi siamo cresciuti con tanti amici che suonavano in tante band, uno suonava garage-rock inglese, un altro faceva… che cazzo ne so, qualcosa di lontano dalle proprie radici, no? Alla fine, di tutta una cerchia di amici, siamo rimasti in piedi solo noi e gli altri hanno smesso. Noi siamo stati sin dall’inizio così, non c’è stato nessun ragionamento dietro e alla fine siamo piaciuti a qualcuno, è andata bene così, no?

Leggendo una tua vecchia intervista, mi è venuta in mente una frase di Richard Ashcroft. Ai tempi di “Alone with Everybody”, disse che scrivere una canzone, è un’esperienza devastante, alla fine della quale non puoi far altro che chiederti se sarai ancora in grado di rifarlo. Sei d’accordo?

Si, è vero. Ogni volta che scrivi una canzone, potrebbe essere l’ultima, proprio perché non c’è un “mestiere” dietro questa cosa. È un’esigenza. Ha anche ragione quando dice che è un’esperienza devastante, nel senso che molte volte vai a scrivere e cantare di cose che non diresti mai a voce alla tua ragazza o a qualcuno. È una sofferenza. Sicuramente è un momento in cui ti chiudi in te stesso e poi per assurdo, questo momento di grande intimità diventa di tutti. È questa la grande magia che si crea fra chi scrive le canzoni e chi le va ad ascoltare. Inizialmente sono riflessioni interiori, che poi arrivano all’orecchio di tutti, questa è la parte più bella. Se non ci fosse la fase di pubblicazione, sarebbe tutto molto più triste.

Cosa provi, sera dopo sera, nel sentire centinaia di persone che cantano le tue canzoni? È qualcosa a cui prima o poi ci si fa il callo, o i peli sulla nuca ti si arricciano ancora?

È sempre uno schock, non ti abitui mai a queste cose. Passi dalla vita di ogni giorno, al 90% in solitudine a scrivere, al momento del concerto, in cui sei come su di un piedistallo, con tutta la gente davanti che ti avvolge come in un abbraccio. Il pubblico condivide con te tutto quello che hai fatto, anche i momenti più bui. È sempre tutto molto strano. La fine del concerto, è il momento in cui l’adrenalina è un po’ più forte e magari ad addormentarti, ci metti un po’ di più.

Parlando di rapporto con il pubblico, voi e Thegiornalisti, avete una qualità non comune. Siamo passati da band come Bluvertigo, Afterhours e più di recente Baustelle, che mantenevano una certa distanza dal pubblico a cui si rivolgevano, a questa generazione, che al di là dei gusti, è più vicina a certi linguaggi. Voi riprendete in parte quella grande forza che contraddistingueva il pop anglosassone anni ‘90, cioè la semplicità con cui si poteva sostituire all’ I di “Tonight I’m a Rock ‘n’ Roll Star”, un più comunitario ed inclusivo “We”. Quanto vi ha influenzato questa visione?

Ovviamente siamo cresciuti con quel tipo di idoli, quindi questo aspetto ha decisamente influito. Come ti dicevo prima, non c’è nulla di ragionato in tutto questo. Non so come fanno Thegiornalisti, ma io provo a scrivere le canzoni così “come mangio”, cerco quindi di mantenere lo stesso linguaggio di tutti i giorni. Proprio perché non sono delle poesie, non devono seguire delle regole. Probabilmente avere un linguaggio più vicino alle persone, come dici tu, deriva da questo tipo di scrittura, libero, senza ostacoli. Nelle canzoni puoi dire di tutto, puoi anche bestemmiare, sei libero di fare tutto quello che vuoi, poi ovviamente non te la pubblica nessuno (ride – ndr). Per assurdo, è la cosa più libera che puoi fare, probabilmente si tratta di questo. Il linguaggio di Noel Gallagher, a volte è poetico, molto astratto, ma quando scrivi una canzone come “Cigarettes & Alcohol”, sei più “terra terra” e vicino ai tuoi amici con cui vai a bere al pub. Se vai ad analizzare anche il passato, erano tutti al passo con i linguaggio dei loro tempi. Se ascolti un disco di Dalla, puoi trovarci delle parolacce che dieci anni prima, non avresti mai potuto ascoltare in un disco. È una sorta di analisi del linguaggio sociale, in un certo senso. Ad esempio, oggi, troviamo dei pezzi Rap, con dentro robe assurde, ma è il linguaggio di alcuni e come è normale, si traduce nelle canzoni.

Sempre parlando di linguaggi, ho sempre guardato ai Canova, come una sorta di voce fuori dal coro, anche rispetto a vostri contemporanei. Soprattutto per quanto riguarda la presenza sui social, diciamo che non siete così sovraesposti

è vero, però devo dirti che l’abbiamo pagata questa cosa (ride – ndr)

Davvero?

Beh, sì. Oggi, per assurdo, tutti sembrano più interessati a cosa mangi per cena o se vai in palestra, piuttosto che ad ascoltare una canzone. È tutto, non so come dire, come il grande fratello. Pensavo che questa nuova ondata di artisti e cantautori, avrebbe segnato un punto di rottura, una rivoluzione, rispetto a quel tipo di comunicazione adottato in passato dal mondo dello spettacolo. Invece, alla fine, tutti hanno cominciato a rincorrere quelle cose che andavano di moda dieci anni fa: il gossip e cazzate simili. La cosa, personalmente, mi ha un pochino deluso. Trovandomi dentro questa cosa, il massimo che posso fare, è mantenere una linea che possa garantire anche un po’ di mistero fra quello che accade sul palco e la vita di tutti giorni. Però, ti dico che è una battaglia che siamo destinati a perdere, perché tutti vogliono…vederti, non so come dirti…

Come se tutti volessero un pezzo di te…

Si… ormai non c’è più differenza fra un influencer e un cantante indie. Se vai a vedere cosa succede su internet, fai fatica ormai a distinguere chi vuol pubblicizzare dei corn flakes, da chi fa musica.

E con i fan, com’è il tuo rapporto con loro?

Penso sia molto rispettoso, non si va mai oltre un certo livello di confidenza. Sono sempre tutti gentili e questo è molto bello, vuol dire che hai instaurato un certo tipo di rapporto. Capita molte volte di incontrare le persone dopo i concerti e ci sono abbracci, ringraziamenti. È tutto molto bello, perché vuol dire che stai facendo bene, no?

Si, deve essere molto emozionante ricevere di prima mano l’apprezzamento dei fan

Si, è abbastanza gratificante, anche perché non fai questo per gli addetti ai lavori. Certo, lo fai per te stesso, però, ovviamente, è molto significativo che un ragazzo a fine concerto venga a farti i complimenti.

Ultima domanda, rimanendo in tema di originalità, te la faccio più scontata che mai. Il mondo finisce questa notte, quali sono i tre album che salvi?

Salvo, “Is This It” dei The Strokes, “Rimmel” di De Gregori e poi…e poi, chi salviamo? Poi salvo per forza “(What’s The Story) Morning Glory?”. Sono tre, ma ce ne sarebbero troppi.

Entrambi ridiamo e guardando l’orologio, mi rendo conto che la mezz’ora a mia disposizione è ampiamente esaurita. Come si dice? Il tempo vola quando ci si diverte, giusto? Ci salutiamo dandoci idealmente appuntamento al Woodoo Fest di Cassano Magnago, il prossimo 18 Luglio, ma probabilmente sarà difficile scambiare due parole per integrare questa intervista. Non fa niente. Come promesso, a fine chiamata, gli lascio la mia opinione non richiesta sui Canova. Opinione avvolta dal più totale segreto professionale. In questo mondo di voyeur, un po’ di mistero non fa poi così male.
Dei tre registratori uno si è incartato, probabilmente tradito dall’emozione, fallendo la sua missione. Forse non ho fatto poi male ad essere così zelante. Controllo l’ultima volta i miei appunti, il mio taccuino e le domande che ho preparato, solo ora mi accorgo di non averne fatta neanche una. Dio, quanto amo questo lavoro.

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