Canova – Woodoo Fest 2019 – Live Report




Una manciata di anni fa, mi sono ritrovato a scambiare quattro parole con uno dei cosiddetti pezzi grossi dell’industria discografica, che commentava, senza nascondere una certa ironia, la nascita di una serie di band che cercavano di tradurre nel contesto italiano, la grandeur della cool Britannia anni ‘90. “Con questi suoni, non si va da nessuna parte!!!”, concluse la discussione inserendo nel lettore cd, l’ennesimo trascurabile singolo di qualche belloccio da talent.
Fortunatamente, il tempo è galantuomo, e, dopo il concerto dei Canova al Woodoo Fest, sono un po’ dispiaciuto di non aver più a portata di mano il numero di questo pezzo grosso. Con quei suoni, oggi, non solo si va da qualche parte, ma è possibile incantare e convertire qualche cuore non più giovanissimo.
I Canova, diciamolo subito, sanno suonare assieme (dato non scontato di questi tempi) e la cosa è percepibile sin dalle prime battute di Shakespeare, con cui scaldano i muscoli e le ugole di un pubblico già rovente e molto partecipativo. Nonostante nessuno dei quattro brilli per qualità tecniche sopraffine, la loro mistura è perfetta, figlia di un’era in cui la musica era fatta per essere e non per apparire. Una solidità musicale, costruita in anni di gavetta, porte in faccia ed inquisizione musicale. La band milanese, infatti, è da sempre fiera dell’appellativo Pop, nel senso più genuino del termine, lontano dalle pestilenze sonore, che ne hanno inficiato la missione. Quel Pop-ular, che identificava suoni vicini alle persone, in grado di parlare, confortare e ravvivare, come solo gli amici sanno fare. Suoni tanto familiari, che sembra di aver ascoltato per tutta la vita solo Manzarek, Groupie e 14 Sigarette, giocando ad indovinarne i riferimenti e sorridere, quando i ritornelli da stadio, si aprono sul pubblico.
L’atmosfera, pezzo dopo pezzo, si fa sempre più calda e anche Matteo Mobrici, nel suo ciondolare da un lato all’altro palco, inizia a rendersene conto. I Canova stanno crescendo e iniziano a tracciare un solco fondamentale, fra loro e l’intero movimento It-Pop, troppo impegnato ad essere trasversalmente cool, finendo per scontentare tutti, nel voler accontentare chiunque. Se da un lato, infatti, vediamo scenografie tanto costose quanto kitsch, dall’altro, ci sono i Canova, su di un palco che definirlo scarno è eufemistico, con solo le canzoni a far da contorno. Mobrici, cresciuto a pane e Julian Casablancas parla poco, ma d’altra parte, se avessimo voluto ascoltare un sermone, saremmo andati ad un concerto diverso questa sera, no?
Essere degli outcast, è una prerogativa che i Canova rimarcano ad ogni occasione, persino nello scegliere l’unica cover dell’intero set. La loro versione di Rolls Royce di Achille Lauro, è un logico tributo a quello che è il brano più controverso e criticato di questo 2019, il cui unico stigma, è quello di aver raccontato una realtà scomoda.
Divertiti, sudati e un po’ stanchi, ci avviamo verso la conclusione di un live tanto essenziale, quanto incisivo. Mobrici annuncia l’ultimo pezzo, ovviamente la scanzonata Threesome, che nonostante sia un gradino leggermente sotto il resto della produzione dei Canova, è accolta dal pubblico con l’entusiasmo tipico delle hit anni ‘90, quelle vere. Probabilmente la grande forza di questa band, sta proprio nell’essere ancora così vicini al loro pubblico, raccontando un’infinita e libertina età di passaggio, in maniera sincera e mai artefatta. Incertezza e amore, vengono resi con un festosamente malinconico realismo, tipico di chi ha barattato sogni e velleità, con riunioni in ufficio. L’ultima nota di Threesome non ha ancora finito di vibrare e sul pubblico, piomba sparata dagli altoparlanti Live Forever degli Oasis, cantata, questa volta, solo da qualche sparuto reduce del Brit-pop e gettata come una sorta di ponte generazionale con chi visse in diretta quella stagione gloriosa.
Uscendo dall’area concerti, cerco sul mio telefono il numero di quel vecchio pezzo grosso, probabilmente ora diventato un ottimo addetto alle fotocopie. Una telefonata, oggi, sarebbe dovuta, non tanto per dirgli “te lo avevo detto”, ma solo per raccontargli quanto sia ancora bello, ascoltare qualcosa di prevedibile e semplice come Ticket To Ride. Sto esagerando? Forse, ma alla fine Avete Ragione Tutti.

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