citySwell – L’intervista di VivaMag




Ogni musicista, a suo modo, è una sorta di cercatore. Il costante peregrinare in cerca della forma musicale perfetta, è facilmente accomunabile all’ossessione che ha il Surfista nel ricercare la sua onda, la sua sfida definitiva. Abbiamo incontrato Thomas Casotto, in (p)arte citySwell, per farci raccontare il suo viaggio fra Surf e Musica, alla ricerca del suo posto nel mondo.

Lo ammetto, nell’ultimo anno ho letteralmente consumato “Travels”, il tuo primo EP uscito sotto IMass Music/Fall Dam, etichetta di Rotterdam. Sono trascorsi quasi 12 mesi dalla sua pubblicazione e dall’inizio di questo viaggio artistico, guardandoti indietro, il Thomas del 2019 è un musicista diverso rispetto al ragazzo che è partito dal suo appartamento di Corvetto?

Il progetto citySwell è nato ormai più di due anni fa e mi fa decisamente strano. Sembra ieri quando ho fatto sentire le prime bozze a Lucantonio Fusaro e abbiamo deciso d’iniziare a lavorare insieme ad un EP. All’epoca, per vari motivi, venivo da un lungo stop. Non avevo un progetto musicale attivo e non mi dedicavo in maniera costante alla musica da almeno sette anni. Ero un po’ arrugginito. Le mie precedenti esperienze, in formazioni figlie del punk rock/alternative di matrice USA erano fatte di un approccio decisamente più istintivo, “di pancia”. citySwell è composto da sonorità più delicate che di base avevo dentro anche allora ma che non riuscivo ad esprimere a pieno. Amo da sempre le melodie pop e le chitarre folk ricche di arpeggi. Ho sempre vissuto questa dualità musicale. Quello a cui mi sono dovuto abituare è una nuova sensibilità nel cantare e nel suonare la chitarra, capire che non è sempre necessario spingere a mille. Oggi rispetto ad un paio d’anni fa sono sicuramente più consapevole di ciò che voglio musicalmente e di come poter dosare le mie capacità per trovare la giusta alchimia nello scrivere canzoni. La strada è comunque ancora molto lunga. Mi fa davvero piacere sapere che hai apprezzato il disco. Grazie!

Anche tu, come me, sei figlio degli anni ‘90 e di quella tremenda urgenza di rottura, che la musica di quegli anni trasmetteva. Da una parte i reietti del Grunge, dall’altra la Working Class del Brit-pop, tutti alla ricerca di riscatto dopo il grande inganno della generazione ‘Baby Boom’. Nel tuo lavoro, possiamo trovare il lato più malinconico di entrambi i movimenti, quanto di quella poetica del freak ti porti dietro?

Hai davvero colto nel segno Simone. Sono decisamente figlio di tutta quella scena che hai citato ed è sicuramente vero che traspaiono molte note malinconiche nelle mie melodie. Quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi sempre un po’ fuori dal coro, distante dalla realtà in cui vivi, è sempre stato alla base delle mie canzoni. Quello che scrivo è quasi sempre riferito a stati d’animo e sensazioni personali. Oggi rispetto a ieri, con qualche anno in più sulle spalle, ho sicuramente fatto pace con alcuni dei miei spauracchi, ma l’irrequietezza emotiva di base rimane. Credo che nel bene o nel male sia ciò che tiene viva la fiamma in chi scrive musica.

citySwell, comunque, non è stato il tuo primo progetto, anzi hai militato per un certo periodo in formazioni Punk togliendoti anche parecchie soddisfazioni. Quello che però mi piacerebbe sapere, è cosa è successo durante i sette anni di viaggi che hanno preceduto la nascita di citySwell. So che sei un grande appassionato di Surf e che appena il tempo te lo consente, non esiti a raggiungere l’oceano per una session. Si dice che il Surf sia rivelazione, che liberi una parte dell’anima del surfista ancora sconosciuta. Cosa hai visto su quelle onde? Si può dire che, in parte, citySwell sia nato lì?

Appassionato di surf sicuramente, surfista magari, dicamo che ci provo! Vivendo in Lombardia non è proprio così semplice! Ad ogni modo, che tu sia un principiante o un pro, la sensazione che può regalarti l’oceano, remare alla ricerca delle onde è qualcosa di davvero emozionante. Sblocca qualcosa di profondo, nell’animo e nella mente. Nei sette anni che hanno preceduto la nascita di citySwell ho vissuto la vita di un venticinquenne che cerca di trovare il proprio posto nel mondo (torniamo un po’ al discorso dell’irrequietezza emotiva). Ho imparato un lavoro che amo, ho cercato di capire cosa volevo davvero da me stesso e ho viaggiato quando possibile. Sono fortemente convito che viaggiare e conoscere nuovi luoghi e culture, sia una componente fondamentale nella vita di una persona. È qualcosa che ti apre la mente. Il viaggio è il tema portante del disco, che si intitola appunto “Travels”. I testi parlano quasi sempre di sensazioni e situazioni vissute nei miei viaggi, tra cui un anno trascorso in Australia, a Melbourne. citySwell è nato li, tra le onde di Bells Beach in Victoria.

Qualche giorno fa, sull’online di Rolling Stone Italia, è uscito un pezzo volutamente provocatorio e polemico, sulla tendenza tutta italiana di realizzare video fondamentalmente senza trama e con protagoniste ragazze, che con il brano o il cantante, non c’entrano nulla. L’autore, denuncia una mancanza di originalità dilagante e in un pilatesco non voler fare nomi, colpisce un po’ tutti e nessuno. Il tuo secondo video, On Fire, rientra nella categoria citata nell’articolo. Al di là delle sterili polemiche, secondo te, ci troviamo davvero davanti ad una standardizzazione di concept? Il volere (e dovere) sorprendere per forza con la soluzione più originale, anche quando non è necessario, non è un semplice esercizio di Hipsterismo compulsivo?

Certamente, nel bene o nel male, veniamo tutti un po’ influenzati dalle tendenze che ciclicamente si affermano in un determinato contesto, che sia questo musicale, grafico o altro. Dipende poi in che misura ci si fa condizionare. L’importante è non diventare schiavi dei cliché. Per quanto ci riguarda, credo che a nostro modo abbiamo sempre cercato di legare un minimo il video al testo della canzone, dove possibile ovviamente. On Fire, il secondo singolo a cui ti riferisci, parla di emozioni e sensazioni legati alla notte e questo può trasparire anche nelle scene del video. In quanto al cercare forzatamente di voler sorprendere, sperando di diventare in qualche modo virali, certamente è ciò a cui la stragrande maggioranza delle persone che creano contenuti per il web oggi ambiscono. Personalmente credo che chi realizza un video musicale dovrebbe ambire ad altro, se poi l’idea è talmente geniale ben venga l’hype. Non bisogna però dimenticare che è la canzone l’elemento centrale.

Recentemente, dopo un lungo periodo trascorso a Milano, sei tornato a vivere in provincia di Varese. Per i ‘cercatori’ e i viaggiatori come te, a volte le metropoli possono essere soffocanti, nonostante le enormi possibilità e gli stimoli artistici che offrono. Nell’economia del progetto citySwell, quanto gioca l’influenza di Milano? Il ritorno a Varese, porterà un cambiamento nel tuo approccio musicale?

A Milano ci lavoro da sempre. C’è una sorta di rapporto di amore e odio tra me e la città. Ne sono affascinato perché di fatto è il luogo dove tutto succede, dove si ha la possibilità di vivere tutto in prima linea. In provincia invece, si vive un po’ più “per sentito dire”. Non so se rendo l’idea. Allo stesso tempo però, nelle metropoli, a volte si rischia di venire inglobati in un frenetico sistema dell’usa e getta. Dove tutti sono di passaggio e niente è mai abbastanza. Varese/Malpensa credo sia il giusto compromesso: non troppo lontana da Milano da impedirmi di vivere gli eventi che tanto amo, non troppo cara, non troppo provinciale. È il posto dove sono nato, dove ritrovo buona parte dei miei affetti. Il Faro, lo studio di Luca Ferrari, Claudio Piperissa e Lucantonio Fusaro, i produttori con cui collaboro, è proprio a Somma Lombardo. Per ora ho trovato un piacevole equilibrio.

Nonostante citySwell sia fondamentalmente una One Man Band, fra i credits del tuo EP, ho trovato con piacere molti nomi familiari. Quali novità hanno portato nel progetto? Hai mai pensato all’ampliamento della formazione live, oltre a Luca Ferrari?

Diciamo che citySwell, allo stati embrionale, era un progetto puramente acustico, voce e chitarra. Una volta entrati in studio però, ci siamo resi conto che i brani potevano funzionare bene con qualche “colore” in più. Abbiamo quindi iniziato a lavorare a delle tracce di batteria, grazie anche a Nicholas Negri. Abbiamo aggiunto dei leggeri synth. Alessandro Panzeri (aka Old Fashioned Lover Boy) ha prestato la sua voce per dei cori in On Fire e il suo chitarrista, Martino Caliendo, ha aggiunto un fraseggio interessante di chitarra in Wasted Time. Luca Ferrari ha lavorato alle linee di basso e facendo questo si è reso conto che il progetto era fortemente nelle sue corde. Con il tempo io e lui siamo diventati un duo a tutti gli effetti, oggi citySwell siamo io e lui. Al momento non ti nascondo che mi piacerebbe molto inserire una batteria acustica per alcuni live, al posto delle sequenze. Venendo dal modo del alternative rock non nego che avere una situazione full band mi fa sempre gola. Vedremo cosa succederà nel prossimo capitolo, stiamo iniziando a lavorarci ora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.