Cumino – Pockets

Artista: Cumino

Album: Pockets

Etichetta: Autoprodotto

Anno: 2014

Voto: 9

 

Pockets è il nuovo lavoro di Cumino, il duo formato da Luca Vicenzi ed Hellzapop (Davide Cappelletti): nato nel 2010 il progetto Cumino non manca di esperienza e di competenza, e questo traspare immediatamente. Le chitarre e le sperimentazioni strumentali del primo, unite all’elettronica e alla programmazione del secondo, hanno certamente scaturito poliedricità, su basi tecniche molto solide. L’esperimento sonoro che ha già dato i suoi frutti con il primo e shakespeariano “Tomorrow in the battle think of me” nel 2012, poi con altri lavori tra cui la colonna sonora di un documentario naturalistico. Tornano tra l’autunno e l’inverno 2014 con un nuovo onirico e trasportante album: Pockets. Non potete sentirlo, è necessario ascoltarlo. Queste nove tracce sono create per trasportarvi in altri mondi e farvi cambiare umore, farvi rallentare il battito e il respiro. Dovete prendere una bella serata invernale (e qui ci siamo quasi), prepararvi una pozione magica, e stendervi sul letto più comodo.

Solo così vi lascerete accompagnare dalle ipnotiche melodie di Pockets: giri di chitarra puliti e celestiali, intaccati leggermente da rumori robotici scricchiolanti, che fanno da tappeto al susseguirsi di melodie. Il primo viaggio si chiama “Atlas” ci fa vivere in un crescendo di rarefatta sorpresa, che culmina con un tuffo nel silenzio più sereno. La seconda traccia parla di una “Her”, e ci fa risvegliare un po’ malinconici: dolcezza di ritmi lenti ed alternati, quasi un battito che non trova il suo ritmo. “Fields” si apre con un altro battito, che incute quasi timore, e scandisce come un ticchettio tutta la traccia, ma svanisce l’ansia non appena entra a rassicurarci il giro di chitarra, che tra virtuose salite e discese di mezzitoni ci fa letteralmente volare, viaggiare in chissà quali mondi. Onirica e delicata.

“Tangier” ci trasporta invece in universi sotterranei o periferici. Potrebbe essere il far west resuscitato in epoca urban. Note lunghe e distorte, chitarra e synth ballano assieme a fatati e sporadici guizzi digitali. E’ più negativa e ombrosa rispetto alle precedenti, e non lascia spazio a movimenti leggeri.

La quinta traccia si presenta come un alternarsi di due atmosfere: “Two Spheres”, non a caso, è il titolo. Brevi momenti in cui la musica prende il fiato, con cristalline note di piano e chitarra, unite da sonorità che sfiorano le obliquità degli XX. Ma è solo una rincorsa verso l’accelerazione, che rimanda decisamente a quell’elettronica rarefatta alla Jon Hopkins e Nathan Fake. Gli spazi sono invasi dal basso e ci coinvolgono in una corsa mistica che poi rallenta nuovamente in contemplazione.

Ancora un battito umano apre la seguente “Veins” in cui la chitarra si diverte in oblique sequenze di accordi, che accompagnate da misteriosi rumoreggi e gorgoglii tra cui manca (o forse c’è) solo il vento, ci fanno aprire gli occhi in un mondo iperuranio, abitato da galleggianti mostriciattoli che al doppio battito del cuore si muovono come meduse. Siamo coccolati in un sogno, straniati nella realtà. “Fixing Fragment” è la dolcezza ed il relax: molto orientale, ci immaginiamo in un tibetano lago circondato da una spessa umidità gocciolante, calda e vaporosa. Dalle piante cadono gocce che s’infrangono contro le pietre e il tempo scorre sorretto dalle chitarre vagheggianti. Ancora più ambientale è la penultima “Paseo”, fatata e glaciale. Cristalli di note di superficie giocano con drums gracchianti e sostenuti in alcuni momenti, silenziosi in altri. “Snail” è quasi poesia sacra, prende al cuore con pensieri malinconici e dolcezze emotive fortissime. Evoca affetti, mancanze, solitudine.

E’ davvero un viaggio, neanche troppo lungo, ma decisamente intenso, quello che vi offre Pockets. E’ un lavoro tra il post-rock più sperimentale, che forse può far ricordare i Godspeed you! Black Emperor, piuttosto che i Sigur Rós più strumentali, e l’elettronica dei Telefon Tel Aviv. Un vero e proprio viaggiare tra paesaggi sonori, quasi cinematografici… Che altro dire, lasciatevi catturare.

 

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