26 Maggio 2019

Daniele Celona - l'intervista di VivaMag




In occasione del suo imminente live sabato 9 marzo alle Cantine Coopuf di Varese abbiamo incontrato il cantautore Daniele Celona; fresco di un nuovo disco e con un gran bel tour in corso…

E’ uscito Abissi Tascabili, un “disco a fumetti”. Di cosa parla? Da cosa nasce quest’idea?

A ben vedere, il disco parla dell’oggi, di noi e delle nostre vite virtuali sempre più invadenti. Del futuro, o della sua mancanza. Ci sono giovani protagonisti persi in loro stessi, ed esseri sovrumani in crisi d’identità. Il filo rosso del soprannaturale permea quasi tutti i brani e si può dire sia il “trucco” che ho finito per usare per trattare di sociale prendendola un po’ alla lontana. Forse è anche il motivo per cui AT si sia prestato così bene a una realizzazione ibrida col mondo del fumetto. Era partita come un’idea pazza di The Goodness Factory, ma grazie a Comicon e Stigma è diventata realtà.

Vuoi parlarci di Progetto Stigma?

Sono tosti. Hanno le idee chiare e stanno dando vita a numerosi progetti davvero molto interessanti che coinvolgono di volta in volta l’uno o l’altro disegnatore del loro collettivo. “Abissi Tascabili” era l’opportunità di realizzare un volume a cui partecipasse un folto numero di loro e coì hanno accettato la sfida. Sono infatti ben dieci i disegnatori ad aver preso parte al disco fumetto, uno per ogni storia/canzone, più Cosimo (Miorelli) che ha realizzato la copertina. Al Lucca Comics siamo anche riusciti a incrociare strumenti e matite. Una delle date di presentazione è stata fatta proprio durante il festival con Miorelli al live painting digitale e poi con Akab, Marco Galli, Officina Infernale, Cammello e gli altri siamo stati ospiti allo stand Comicon per il classico firmacopie. Un’esperienza decisamente nuova e piacevole per me, quella di stare dall’altra parte del banchetto durante il Comics.

Da dove nasce la tua passione per il fumetto?

Credo sia una storia molto comune. Un passato (e un presente a dirla tutta) da fruitore di animazione sfociato poi nella ricerca di eroi e antieroi anche su carta stampata.

Sempre in “Abissi Tascabili” ci sono ospiti Paolo Benvegnù, Pierpaolo Capovilla e i Sunshine Gospel Choir. Come mai la scelta di queste collaborazioni apparentemente molto distanti fra loro?

In realtà sono state scelte estremamente naturali. Avevo da tempo l’idea di coinvolgere sia Paolo che Pierpaolo. A Benvegnù ad esempio proposi già il brano Johannes del disco scorso, ma non avemmo il tempo per realizzare la versione insieme. Anche per Capovilla vale lo stesso. Abbiamo collaborato già in passato su reading o su suoi brani e ci tenevo a coinvolgerlo in qualcosa di mio. Appena scritta Shinigami ho subito pensato che la parte di recitato fosse perfetta per la sua voce. Per quel che riguarda il Sunshine Gospel Choir è tutto nato dall’arrangiamento del brano Lupi nel buio e dal mio desiderio di utilizzare un coro vero. Ci siamo chiesti chi a Torino potesse aiutarci e la scelta è caduta su di loro che per fortuna hanno subito detto sì e sono stati estremamente disponibili sia durante la stesura delle parti vocali che durante le session in studio. Nel mirino delle collaborazioni che vorrei, ci sono ancora Umberto Maria Giardini ed Emidio Clementi coi quali spero di poter realizzare qualcosa in futuro.

Vuoi parlarci del singolo HD Blue?

È stato il primo brano su cui ho messo le mani al computer. Non è un singolo in senso stretto, ma utilizzarlo come primo brano ufficiale credo sia stata un po’ la chiusura del cerchio iniziato con la scrittura di questo disco. Mi piace la sua atmosfera ambigua. La voce narrante si rivolge a un uomo e potrebbe essere salvifica come pure quella di un aguzzino. Quel “andrà tutto bene” è in qualche modo il salto nel buio che spetta prima o poi a tutti noi, così come il rischio di un’inversione a 360° dall’etere a un suolo duro e polveroso.

Cosa pensi del cantautorato oggi in Italia?

Non ho mezzi per rispondere a questa domanda perché ascolto pochissima musica italiana odierna. Non è un vanto esterofilo, è un dato di fatto. Forse sono spesso più impegnato a proteggermi da input esterni indesiderati che a ricercare stimoli interessanti. Le persone che conosco sono quelle che ho incrociato in giro o sui palchi. In qualche modo l’affinità umana o il rilevare un percorso e una serie di sacrifici comuni mi “arriva” sempre prima della musica vera e propria. È stato così con Di Martino e Colapesce ad esempio, che stimo molto. I miei riferimenti più comuni sono però ancora Umberto e Paolo che abbiamo citato prima, perché li considero parte integrante della mia formazione come autore.

E della scena “indie”?

Idem come sopra, vista la mia conoscenza assolutamente frammentaria, darei un giudizio più che sommario. Posso solo dire che patisco l’ostracismo generalizzato verso le chitarre anche in ambiti diversi dal pop. Ma forse questa è più colpa di radio, programmatori e algoritmi di streaming. Chi aveva un mood già aderente e coerente col suono più morbido e ‘80, ha semplicemente seguito la sua strada. Altri si sono adeguati a una formula che non gli apparteneva, e questo è a mio giudizio un germe molto pericoloso che nega il principio per cui si dovrebbe prendere in mano una chitarra, un microfono o una scheda audio.

Quali dischi porteresti su un’isola deserta?

Domanda alla Marzullo! Direi almeno “Ok Computer” dei Radiohead, “Tiny Music” degli STP, “The London Collection” di Thelonious Monk e “White Pony” dei Deftones.

I tuoi progetti per il futuro?

Non ne ho la più pallida idea. Ho una serie di brani e temi nel cassetto dal taglio molto trasversale. Dalla sonata di pianoforte, all’elettronica, alla musica in dialetto, al pop, al grunge e proverò a metterli in cantiere. Per il resto sto scrivendo un libro, dal titolo “Camice Giallo” che non so se riuscirò a finire.

Vincenzo Morreale

(Photo credit: Mauro Talamonti)

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