20 Aprile 2019

Dj Henry - l'intervista di VivaMag




Ciao Enrico o “Henry” per come ti conoscono tutti… vuoi parlarci della tua attività come dj? Quando hai iniziato e perché?

Ho iniziato in radio nel 1979 grazie a delle persone più grandi di me, appassionate di musica, che avevano un programma a Radio Lombardia, nulla a che vedere con la radio odierna, era una piccola emittente del PCI in zona Piazzale Piola a Milano. Avevo una rubrichetta di una ventina di minuti di novità punk. A monte di tutto questo sta però una sorta di attitudine che sentivo sin da ragazzino perché mi divertivo a compilare cassette cercando di mettere insieme pezzi che avessero tra loro una certa coerenza, di ritmo o di stile. Tutto ciò per me è stato il prodromo dell’essere un dj. Poi verso la metà degli anni ‘80 sono diventato dj di sala anche se ho sempre continuato nel frattempo a fare radio.

A quale movimento musicale sei particolarmente affezionato?

Sono legato per passione, stile, attitudine a tutto ciò che ha una derivazione Sixties, quindi Beat, Freakbeat, Psychedelia, Acid Rock e sul versante Black, Rhythm and Blues e Soul. Poi amo anche tutti i suoni che si sono sviluppati nel corso delle decadi da questa radice Sixties, vedi ad esempio il Britpop. Amo poi anche il Progressive e l’Hard Rock, seppur siano il baluardo della prima metà dei Settanta, ma è musica immensa che sviluppa e porta a conseguenze notevoli il suono iniziale dei Sixties.

Cosa significa per te fare il dj oggi? In tanti si improvvisano nelle tecniche ma soprattutto nella cultura musicale. Cosa ne pensi?

Ho avuto la fortuna ma anche il coraggio di fare del dj una professione. Mi ritengo fortunato perché ho trasformato una passione in un lavoro e questo significa fare un lavoro, seppur con tutte le difficoltà e responsabilità del caso, che non pesa, non è un obbligo che fai per qualcuno. Salvo rari casi, io sono un dj fortemente legato al vinile, ai 45 giri originali perché sono il mio vissuto e la mia storia personale, intendo proprio del mio tempo storico. Nella valigetta di un dj che usa i 45 giri sta la sua ricerca e la sua storia, quindi c’è un limite, anche spaziale ed è quello che denota poi la personalità di un dj, la sua peculiarità. Non c’è tuttologia perché lo spazio fisico di un 45 giri non lo consente. La valigetta denota quindi un limite che è poi il vissuto di quel dj. Chi esce con chiavette o pc non può mostrare questo vissuto perché per paradosso non ha nemmeno un limite.

Vuoi citare qualche artista motivando la scelta?

Amo gli Small Faces perché sono l’apoteosi del suono Mod dei Sixties; il Modernismo è la (sub)cultura a cui appartengo. Adoro i Black Sabbath da cui poi è partito tutto lo sviluppo di certo Metal Psychedelico come lo Stoner o il Doom. Poi sono legato in modo maniacale ai Jam perché rappresentano il Revival Mod di fine ‘70 ed è quello che anagraficamente ha connotato la mia generazione Mod.

So della tua attività di scouting per l’etichetta RocketMan. Vuoi dirci di cosa si tratta?

Sono entrato in RocketMan Records qualche anno fa con la funzione di scout in ambito diciamo “vintage” che era un ruolo scoperto in etichetta e che essa voleva colmare sul mercato. Pertanto mi occupo di seguire e segnalare band di estrazione fifties e sixties per la gran parte.

Cosa ne pensi del ritorno massivo del vinile?

Il ritorno in modo così evidente del vinile è di per sé un’ottima cosa perché abitua alla fruizione della musica in modo attento. C’è però il rischio che oggi questo ritorno molto ostentato sia solo per moda o per feticismo riguardo all’oggetto. Sarebbe solo superficialità perché un vinile deve essere vissuto e tramandato. In sé racchiude la storia non solo della musica che diffonde ma anche di chi poi la passa. Questo ad esempio per un dj è fondamentale. Nel vinile c’è anche la sua storia.

E della scena musicale indipendente in Italia?

Siccome io in qualità di appassionato di musica, prima che di dj, mi aggiorno su tutto ciò si sviluppa in ambito musicale, penso senza nessun tipo di pregiudiziale nei confronti di questa nuova scena indipendente italiana che ormai, riguardo a certi nomi, produce dei sold out ed il pubblico conosce e canta i testi a memoria durante i live. Il ritorno alla lingua italiana lo vedo come un fatto positivo di espressione e di aderenza ad una narrazione e ad un pubblico che in essa si riconosce perché vi vede la sua esistenza ed esperienza.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nel mio futuro, come poi è sempre stato, vedo l’aggiornamento continuo, lo studio, la consolle è un fatto serio perché stai con un pubblico e ciò richiede consapevolezza. Sicuramente nel mio futuro vedo lo sforzo continuo nel consolidare i moniker delle mie serate che coprono più ambiti musicali e renderli sempre più qualitativi.

Vincenzo Morreale

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