Felix Lalù – Coltellate d’Affetto

Artista: Felix Lalù
Album: “Coltellate d’Affetto”
Etichetta: (Dreaming Gorilla/Riff Records/La Ostia)
voto: 8/10

Indubbiamente la bomba del disco è la cover al vetriolo de “La Canzone del Sole”: un cut up che è un capolavoro di détournement e trasforma l’inno all’innocenza sulle gote della premiata ditta Mogol/Battisti nel racconto raggelante di uno stupro di gruppo (da parte di un gruppo di neri, non lo sottolineo così per fare scalpore). Un minimo aggiustamento (Omar è Nero) e l’apoteosi della spensieratezza da musicarello diventa “L’ultima Casa a Sinistra”. Insomma, uno di quei colpi di genio che se non ti stronca la carriera – tipo che diventa l’apice di ogni concerto che fai da qui all’eternità e per quante altre tu ne possa scrivere sarà sempre la canzone per cui sarai ricordato – finisci cooptato da Casa Pound.
Felix Lalù è scorretto, al limite del cinismo, ma più probabilmente è un bravo tipo che adotta il punto di vista di uno stronzo e la visuale ad altezza/bassezza stronzo è il punto di vista privilegiato per raccontare la nostra meschina realtà. Ce n’è per tutti i gusti: i punkabbestia, i raver, le fighette milanesi, i leghisti, Steve Jobs, i metallari e Gino Paoli.
Piccoli affondi, citazioni, storpiature, stereotipi tristemente veritieri, brandelli di verità scomode, dettagli iperrealistici minuscoli ma sgradevoli e difficili da mandare giù per un consumatore di aperitivi equi e solidali e pastasciutte antifa che guarda Fabio Fazio in tv e va a dormire con la coscienza a posto.
Musicalmente si muove nel cantautorato difforme che si posiziona più o meno al centro di un triangolo che ad un vertice ha Bugo (neanche tanto lui quanto i cantautori che un po’ rappano post Beck), all’altro Le Luci della Centrale Elettrica (sebbene non ne possegga l’enfasi “generazionale”) e il terzo vertice è occupato dai Camillas (ma inaciditi e derubati del loro stralunato candore).
Dal punto di vista dei testi queste canzoni si elevano ampiamente sia dal nulla annichilente ed insultante del mainstream (Che alla fine capirai quanto c’è da menarsela se ascolti Brunori invece di Cesare Cremonini) che dal cazzeggio demenzial/ombelicale del cantautorato indie. Non posso non notare che ancora manca qualcosa dal punto di vista dell’arrangiamento, qualcosa di davvero personale, ma mi importa poco: solo il fatto di essere un disco di un cantautore ed essere riuscito a non farmi cadere una o ambedue le palle è già di per sé un risultato che non è da tutti.

Stefano “Monty” Montesano

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