Franz – Dietro a ogni cosa

Artista: Franz
Album: Dietro a ogni cosa
Etichetta: PrimalBox
Voto: 7/10

Avevo conosciuto FRANZ, il progetto di Francesco Riva, l’anno scorso, quando mi era capitato di vederlo in azione dal vivo. Nonostante qualche cosa da sistemare nella precisione della resa vocale, il feedback era stato positivo; a colpirmi era stato soprattutto il particolare assetto scelto per presentare questi brani: niente strumenti tradizionali ma una vera e propria orchestra di nove elementi, in aggiunta al piano suonato da Francesco.

“Dietro a ogni cosa”, il disco d’esordio, che arriva dopo un ottimo secondo posto all’ultima edizione del Premio De André, conferma le buone impressioni avute all’epoca e ci ripresenta quelle canzoni esattamente come le avevamo ascoltate sul palco. C’è la voce di Franz (lo studio di registrazione corregge le asperità e, pur non essendo il suo punto di forza, la prova è soddisfacente), c’è il piano e c’è l’orchestra, arrangiata con intelligenza ed equilibrio dallo stesso autore (che tra le altre cose è pure diplomato al Conservatorio) a colorare le canzoni e a donarle un vestito che si muove tra il cantautorato classico, il Jazz e la canzone popolare.

E’ una scrittura molto debitrice ai modelli (Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Bruno Lauzi sono forse quelli più evidenti) che alterna efficacemente motivi densi di tristezza autunnale (Settembre, L’America), brani ironici e spensierati (Fred Astaire, Il lungo addio, che lancia anche una divertente provocazione sulla beatitudine, chiedendosi se possa davvero essere considerata una condizione di compiutezza) e spunti autobiografici che si muovono tra citazioni letterarie e musicali (la title track). Il tutto declinato attraverso una sapiente resa melodica, che sa sempre andare dritta al punto, tra temi orecchiabili e ritornelli coinvolgenti (lo dice lui stesso in modo divertente ne La canzone popolare, che un pezzo deve andare dritto al punto senza troppe sofisticatezze).

Esordio convincente di un progetto che merita attenzione, sia per l’inedita formazione con cui si presenta, sia per il modo disinvolto con cui interpreta un genere che si tende spesso a considerare stantio e superato.

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