Garry Pitcairn – L’intervista di VivaMag

In passato ho avuto modo di incrociare più volte la strada di Garry Pitcairn condividendo con lui opinioni, reciproci consigli musicali e bootleg di vario tipo. Entrare nella sua orbita e discutere con lui di musica equivale a lasciare da parte ogni canovaccio o sentiero prestabilito. Un viaggio che parte dalla Milano del decennio scorso e passa per Roma e Los Angeles fra scambi di mail ed emoji.

Ho avuto modo di ascoltare (e di recensire) “The Gospel”, il tuo nuovo lavoro. Rispetto al tuo esordio, ormai datato 2014, è evidente una consapevolezza maggiore, sia in fase di composizione, che di arrangiamento.

Con questo disco ho capito che ogni cosa è possibile, ogni strumento è suonabile, ogni arrangiamento è fattibile e non servono davvero troppi soldi per farlo. Anche se buona parte degli arrangiamenti erano già nella mia testa, “The Gospel” è sicuramente un disco messo insieme da una band e c’è da considerare che si tratta di musicisti tecnicamente molto migliori di me, quindi posso sfruttarli per mettere in pratica cose che probabilmente in solitaria potrei solo immaginare.

Se “I’ll see you in the trees” era più un “one man album”, questo nuovo disco, è decisamente più corale e strutturato. La creazione della “Garry Pitcairn Orchestra”, quanti e quali cambiamenti ha portato nel processo creativo?

L’Orchestra (Steve Lions alla batteria, Taco Torres al basso e tmms al piano) è nata inizialmente per portare dal vivo i pezzi del primo disco, che però nel mentre era già uscito. Quindi nel momento in cui abbiamo finito di imparare a suonarli, mi ero già annoiato e avevo la mente proiettata verso cose nuove e più stimolanti. Riguardo alla scrittura, i testi seguono un concept che utilizza immagini della religione cristiana per parlare di altre cose, è difficile da spiegare anche se nella mia mente è tutto molto chiaro. In gran parte si tratta di personaggi, che non hanno totale attinenza con me, ma nei quali mi sono in qualche modo calato per andare a scavare in certe zone buie, che nella vita penso sia necessario esplorare. Non che nel disco precedente non l’avessi già fatto, ma sento che ci sto prendendo sempre più la mano e penso che sia un ottimo sostituto di una seduta dallo psicologo.

“The Gospel”, si avvale di una collaborazione mitologica, passami il termine. Il mixaggio dell’album, è stato curato infatti da Alain Johannes, collaboratore di artisti come Mark Lanegan, Arctic Monkeys e PJ Harvey (per citarne solo alcuni). Come è nato tutto ciò? E, soprattutto, che tipo di esperienza può essere confrontarsi con un musicista del suo calibro?

Tutto è nato nel modo più banale: mandando una e-mail. È incredibile in realtà, quanto sia facile approcciare un professionista che vive dall’altra parte del mondo, soprattutto se facciamo un confronto con quanto sia difficile farsi considerare dalle stesse figure qui in Italia. Ho passato anni ascoltando i dischi con i quali lui ha avuto a che fare, quindi avendo l’ambizione di far uscire qualcosa che non stonasse in mezzo ai miei ascolti abituali ho pensato “perché no?”. Un paio di scambi con il suo manager e due chiacchiere dopo il concerto di PJ Harvey ed era fatta. Alain è una persona di una disponibilità estrema, uno dei musicisti più preparati che abbia mai visto e soprattutto un essere umano dotato di una connessione spirituale totale con la purezza dell’atto creativo, che sta dietro ad ogni disco che si rispetti. È stato assurdo correre a casa alla fine di banali giornate in ufficio in ufficio, per fare queste chiamate intercontinentali con lo scopo di decidere se mixare una chitarra più a destra o a sinistra, quanto distorcere la voce o la batteria, mentre parlavamo di Josh, Dave, Alex e altri amici suoi, sai com’è. Inizialmente il timore reverenziale era ovvio, adesso ci mandiamo le emoji su whatsapp chiamandoci “bro”. Non male, direi.

Scorrendo i credits, ho avuto modo di notare che suoni diversi strumenti sull’album. Quale fra loro, è stato il più strano da approcciare?

Inizialmente in un mio trip a metà fra i dEUS e i Bad Seeds, volevo ingaggiare un violinista serio, ma per varie vicissitudini mi sono trovato a dover tirar fuori qualcosa da solo da questo strumento difficilissimo. In realtà, mi sono limitato a creare tappeti di rumori funzionali all’atmosfera generale, sempre seguendo quell’approccio artigianale, per me necessario per rendere interessante la registrazione di un album e per mantenere alta la possibilità di errori dai quali trarre idee inaspettate. Fortunatamente per alcuni pezzi abbiamo ingaggiato un sassofonista serio, che in tre ore di session improvvisate ha dato al tutto una svolta, altrimenti avrei dovuto cimentarmi anche con quello con risultati sicuramente tremendi. Personalmente non penso di essere davvero bravo con nessuno strumento, compresi quelli che mi competerebbero. Sono solo molto pratico e curioso.

La tua carriera musicale, tuttavia, non nasce con Garry Pitcairn. Il percorso di Gabriele Maruti, inizia nei primi anni 2000 e di lì in poi, hai militato in alcune formazioni storiche del “sottobosco” Milanese. Come credi che sia cambiata Milano dal punto di vista prettamente musicale?

Riguardo alla questione geografica, un po’ per attitudine e un po’ per scelta altrui, non mi sono mai trovato all’interno di una qualche scena precisa con nessuno dei miei progetti e penso che questo abbia sempre reso le cose tecnicamente molto più difficili, ma artisticamente sempre più libere e consapevoli. Non saprei darti un quadro generale di alcuna situazione specifica, se non che a Milano vedo sempre meno locali e sempre più omologazione per quanto riguarda le proposte più in vista, ma allo stesso tempo sia da noi che nelle altre città che frequento, vedo sempre più gente capace di crearsi con convinzione la sua cosa nella sua casa. Detto questo non penso sia necessaria una “scena” perché nelle scene si tende spesso a rinchiudersi in un genere e in un’estetica precisa. Piuttosto, penso sia più che altro necessaria una rete capace di unire i puntini fra tutti quelli che si sono rotti le palle, anche se magari metà di loro non lo dicono apertamente, mentre l’altra metà invece spreca tutto il suo tempo a dirlo. Ma in un certo senso questo è sempre lo stesso discorso che viene fatto ciclicamente da vent’anni, quindi forse tutto cambia per poi non cambiare mai.

E come sei cambiato tu in questi anni?

Per fare questo disco ci ho messo tre anni e mezzo quindi nel mentre sono cambiate un sacco di cose nella mia testa. Figurati rispetto alle registrazioni del primo disco! E figurati ancora di più rispetto a quando facevo il chitarrista! In particolare il rapporto con la mia voce è cambiato tantissimo. Una volta la nascondevo sotto strati e strati di effetti, mentre adesso il microfono non fa più così paura. Inoltre, più passano gli anni, più il momento della produzione in studio mi sembra la parte più affascinante di tutto il processo creativo, alla faccia del solito modus operandi della musica alternativa, che tende a ridurre all’osso sulla falsariga del live e a pensare che i soliti cinque giorni in studio siano sempre sufficienti. Chiudersi nella musica è diventato per me il momento più stimolante, nonostante le frustrazioni dell’autoproduzione e le conseguenti notti insonni.

Fra poco inizieranno le sessioni live di Rito. Ci saranno soprese ad attenderci? Quanto del vecchio Garry Pitcairn, troverà spazio in scaletta?

Abbiamo già alcune date fissate e altre in previsione. L’idea è quella di suonare il disco nella sua quasi interezza, seguendone il concept, con in aggiunta un paio di pezzi dal disco precedente. Per i live abbiamo anche un quinto membro (che per comodità chiameremo Delupis) che si divide fra chitarra e tastiere, per sottolineare il fatto che la Garry Pitcairn Orchestra è sempre in continua espansione. Ma la vera sorpresa, è che a una settimana dal primo live mi è venuta una tendinite quindi forse neanche Gesù sa cosa mi riserverà il futuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.