Goldfish Recollection – L’intervista di VivaMag

Hanno da poco pubblicato il loro E.P. d’esordio e si stanno presentando come una delle giovani band più interessanti del panorama Varesino. Abbiamo raggiunto i Goldfish Recollection per una breve chiacchierata a metà fra un’intervista e un “Magic Bus” psichedelico.

Le tendenze musicali degli ultimi anni, mostrano una certa crisi del rock e delle band più in generale. Sembra esser venuta meno, quell’urgenza e quella voglia, che portava i ragazzi a trovarsi in un garage a menare sudore e sangue sugli strumenti. Visto anche il profumo vintage delle vostre composizioni, non vi sentite, citando i Bluvertigo, un po’ “Fuori dal tempo?”.

Nessuno di noi è vissuto negli anni ‘70 e nessuno di noi si considera nostalgico. Probabilmente questo aspetto vintage deriva proprio dal fatto, che avere un occhio al passato è una cosa caratteristica di questi tempi, per lo meno nel contesto che frequentiamo solitamente.

Col tempo si è creata attorno a noi una realtà che per la maggior parte delle persone può considerarsi “vecchio stile”, ma probabilmente perché ormai il concetto stesso di “band” profuma di vintage. Il declino del rock e delle band in generale, da quel poco che abbiamo potuto osservare, potrebbe essere dovuto a una pigrizia di fondo di interpreti e musicisti. Per essere parte di una band serve tanto tempo, serve un garage, il weekend libero, serve conciliare gli impegni in settimana, serve benzina, creatività, pazienza e tenacia.

Non dimentichiamo poi che mettere d’accordo 4 teste e 4 strumenti è molto più complicato che smanettare su di un software in grado di simulare ogni strumento esistente. Detto questo, sì è vero, il clima che si crea in sala ci catapulta fuori dal tempo, soprattutto perché, tralasciando l’oggettistica prettamente vintage sulle pareti, il tempo sembra non scorrere mentre siamo lì dentro.

Parlando appunto di “tempi moderni” rispetto alla mia generazione godete di un vantaggio tecnologico non indifferente. Con le nuove piattaforme c’è la possibilità di accedere ad un numero potenzialmente infinito di suoni e materiale. Secondo voi una tale mole di informazioni può far perdere il senso e il valore di una buona canzone? Se si, come possiamo difenderci da questa bulimia sonora?

Non proprio, le possibilità tecnologiche hanno semplicemente arricchito la “tavolozza sonora” degli artisti di oggi ma un bravo pittore riesce a fare un buon quadro con pochi colori come con una grande gamma di colori, mentre un pittore scadente farà un pessimo lavoro sia in bianco e nero sia se ha a disposizione tutti i colori del mondo. Fino alla registrazione dell’ EP avevamo utilizzato solamente semplici effetti a pedale e nulla di più, ma “smanettando” con il software di registrazione abbiamo effettivamente notato che il numero di suoni utilizzabili è così elevato da perderci la testa. Se si paragona un brano ad un quadro quindi, i colori non vanno mai (davvero mai) usati come riempitivi. Il silenzio è il miglior compagno di un musicista (N.d.r. ridono).

Il modo per difendersi dalla mole infinita di colori potrebbe consistere nel porsi una domanda ricorrente in fase di arrangiamento: “il suono che sto usando è musicalmente essenziale?”. È una scelta piuttosto difficile, specialmente per il nostro tipo di musica, che non si compone di un muro sonoro distorto ma non è nemmeno folk nudo e crudo. Ovviamente molto del lavoro in studio lo fa chi mixa il brano, ma quando si suona live l’equilibrio è garantito dalle scelte prese in sala prove.

Si può concludere che il senso e il valore di una buona canzone possono essere perduti o quantomeno alterati se non si mischiano bene i colori. La vastità di scelta sonora è di per sé un grande vantaggio ma poi spetta alla capacità artistica del singolo trasformarla in qualcosa di buono. Poi se si vuole andare sul sicuro il Lo-Fi fa figo ultimamente (N.d.r. Ridono).

Registrare e auto-prodursi un EP è un’esperienza altamente formativa. Quali “tesori” si porta dietro la band da queste sessions? Quali nuovi lati di voi avete scoperto?

Auto-prodursi e registrare da soli è stata una scelta dettata dall’inesperienza pratica che ci avrebbe fatto buttare i soldi in studio senza ottenere risultati. No, aspetta, in realtà è che non avevamo soldi (N.d.r. ridono). Fa ridere ma la musica costa, o meglio, ogni prodotto di qualità ha il suo prezzo. Grazie alla scatola comune dove conserviamo i soldi guadagnati con i live a fine estate 2018 ci siamo trovati con qualche spicciolo. Abbiamo chiamato un amico e studente del CPM, Gianluca Riva, che con una scheda audio e un Mac ha iniziato a registrare Dibby.

Nel frattempo è uscito anche il videoclip del Singolo Stoned, filmato con un iphone SE. Quest’esperienza è stata strana, l’abbiamo spesso descritta scherzando tra di noi come un parto, per la fatica e il tempo che ci ha richiesto, anche se in realtà somiglia più a una vita in miniatura durante la quale i nostri pezzi hanno preso forma lentamente, in cui ognuno aggiungeva un piccola parte di se a quella che era l’idea iniziale.

É strano vedere come alla fine del processo i brani sembrano aver preso una strada diversa da quella che ci eravamo immaginati noi “genitori”.

Questi mesi ci hanno motivato a fare di più. Abbiamo capito che bisogna programmare ogni singola azione e fissare delle scadenze. Quando si lavora duro, le soddisfazioni arrivano decisamente più in fretta. Abbiamo anche capito che la gettonatissima parola “Indie”, che fa molto figo ultimamente, nasconde fatiche e frustrazioni.

Ascoltando il vostro lavoro è palese la commistione e le contaminazioni di più generi. Ho un po’ di nomi in mente ma mi piacerebbe sapere da voi quali sono stati i suoni e gli artisti che vi hanno fatto perdere “la verginità musicale” e che considerate come mentori.

Le contaminazioni non sono poche così come i nomi dei mentori. Ovviamente portiamo da sempre con noi gli idoli del rock, del blues, del folk. Le band con le quali siamo cresciuti: i Led Zeppelin di Paul, i Beatles di Bebe,i Pink Floyd di Dave e gli Iron Maiden di un Jack teenager. Abbiamo suonato di tutto in sala. É quasi impossibile dire di preciso cosa ci abbia portato a suonare una musica di questo tipo. La cosa interessante è che, dal punto di vista prettamente musicale, nessuno si ritrova in linea con i mentori dell’adolescenza. O forse sono presenti tutti, ma noi non ce ne accorgiamo.

Nella cultura contemporanea del “tutto e subito” a favore di talent si è alzato notevolmente il livello tecnico medio sacrificando a mio avviso qualcosa in fatto di personalità. Guardandovi attorno notate anche voi che il gusto per l’imprevedibilità del palco stia sparendo in favore di show “cotti e mangiati” che viaggiano su binari sicuri e rodati?

É sorprendente quello che sta succedendo. I talent show sono una trovata geniale delle major. La mossa arguta di questi programmi televisivi è che il vincitore viene scelto dal pubblico, quindi le case discografiche sono sicure di vendere subito il prodotto in grosse quantità. Si sa, un vero artista ha bisogno del tempo di crescere, le tappe sono importanti per trovare la sua personalità, l’arte non dovrebbe sottomettersi al Dio denaro; ma non è possibile giudicare chi partecipa a quei programmi, che anzi, molto spesso non ha altra scelta. Tutti pensano al ritorno economico: dal pub sotto casa alla major discografica, quindi non esiste il giusto e sbagliato, esiste il compromesso. Il rischio, però, c’è ed è proprio quello di finire “cotti e mangiati” in tempo zero, oppure risultare poco credibili e montati come pupazzi, sugli stessi binari di altri e di altri ancora, tutti uguali. Ora, non siamo molto informati di quello che accade in TV, ma possiamo dire che esista una scena musicale davvero incredibile se si è disposti a cercare con le orecchie e non con gli occhi. Il livello tecnico si può anche essere alzato negli ultimi anni ma l’originalità e la personalità continuano a ricoprire un ruolo che la tecnica non potrà mai sostituire. Se parliamo di prospettive per artisti emergenti l’Italia, per adesso, è un grande punto di domanda specialmente per noi che facciamo musica “internazionale”.

Solo qualche anno fa la scena musicale della provincia poteva vantare una vitalità e qualità non comuni. Tuttavia qualcosa sembra essersi perso per strada. Frequentando alcune realtà ho percepito con piacere un certo fermento frutto di una riscoperta, da parte di ragazzi molto giovani, di suoni che pensavamo passati di moda. Credete che si possa ricreare una “new wave” varesina?

Si é vero, del fermento c’è e c’è sempre stato. Parlare di “New Wave varesina” è forse un po’ azzardato, più che altro potrebbe esserci una Wave, non tanto New (N.d.r. ridono). A parte gli scherzi, il potenziale c’è e le band pure, bisogna solo sciogliere un po’ i varesini e creare più occasioni e spazi per fare musica, che da quanto abbiamo visto fin’ora, piace ancora a molti. Ce lo auguriamo anche e soprattutto in veste di cittadini, che vivono della linfa culturale e musicale che il territorio offre loro. Se accade, speriamo di poter cavalcare questa Wave.

Come ogni band che si rispetti la vostra dimensione è quella live. Quali progetti avete nell’immediato in questo senso?

Nell’immediato stiamo organizzando un tour indipendente. Abbiamo voglia di suonare e divertirci col pubblico. Il nuovo album è già in costruzione e ne daremo un assaggio nei prossimi mesi, sia live che su Youtube con qualche chicca… A presto, “stay stoned”.

Simone Vitillo

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