Ground Zero – Ristampa discografia

Artista: Ground Zero

Album: Ristampa discografia

Etichetta: Rave Up Records

Voto: 9

E’ la santa madre Rave Up Records a ripubblicare da tanti anni i gioielli dimenticati del più crudo e verace punk rock americano come l’opera omnia dei Ground Zero consistente in un videotape (un grezzissimo videocollage di riprese live a malapena intellegibili molto Warhol mescolate ad esplosioni nucleari e ad effetti grafici da Superclassifica Show) ed paio di striminziti EP pubblicati con la nobile frugalità mutuata dai cugini newyorkesi della No Wave: arrivi, dici quello che devi dire con quanto fiato hai in corpo e poi quando ritieni che la missione sia compiuta con un’onestà intellettuale d’altri tempi, te ne vai fuori dal cazzo.
Più che una band i Ground Zero (che operarono a a Boston nel biennio 1979/1980) erano una comune di artisti geniali ed incazzati che fra le altre cose emetteva suoni, più vicini ai Destroy All Monsters che ai Crass, il punk uno strumento fra i tanti da usare all’occorrenza.
Il primo EP si apre proprio con la rovinosa “Ground Zero” ed è una molotov un po’ Rocket from the Thombs eseguta con la pesantezza dei Flipper e la destrutturazione delle coeve esperienze No Wave. “Ditch” è invece un punk rock asciutto e nervoso non lontano dai Destroy All Monsters del periodo con Ron Asheton sebbene suoni molto inglese come tipo di punk. “Marlena Berlin” è un beffardo disco-punk come dei Contortions meno… contorti e “Nothing” è un costipato rock’n’roll nichilista. “Born to be bombed” provava, con successo ad ampliare lo spettro musicale del collettivo. La grezza e veemente “Cybernetic War” innesta sul corpo dei Flipper accenni di dubbosità Pop Group, “Televoid” con la sua tastiera trapanante è un’ipotesi di D.N.A. hardcore. “Prima donna” è un sacrosanto synth punk antifascista tribaloide ed elementare quanto efficace e non meno devastante è la convulsa Break Apart che chiude il disco e la fulminea carriera di una band che anche se nessuno lo sa è stata seminale almeno quanto le più celebrate esperienze newyorchesi coeve, non solo per la poca, bellissima musica che ci hanno lasciato quanto per l’intensità e l’autolesionismo con cui si viveva la propria arte. Sono cose che adesso non si fanno. Ve l’ho già detto, erano altri tempi.

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