Hira Lupe – “Black Horse” EP


Artista: Hira Lupe

Album: Black Horse EP

Etichetta: Autoproduzione

Anno: 2014

Voto: 8

Immaginatevi di essere da qualche parte nel sud degli Stati Uniti negli anni’70: natura a perdita d’occhio, nostalgia di casa ma in mente il mito della frontiera e un modo di vivere selvaggio, senza limiti e freni di ogni tipo.

Così Hira Lupe (poli-strumentista alle prese con chitarra, voce e percussioni) imbastisce una piccola colonna sonora immaginaria di un improbabile “spaghetti western” in chiave retrò.

Un ep forse troppo breve (solo tre brani) ma vi assicuro sufficienti per entrare nel mood giusto delle cose: fra folk visionario e spettrale, blues anti-convenzionale e psichedelico, senza dimenticare le proprie radici ben salde nel rock indipendente degli anni zero.

Quell’indie rock che solo qualche anno fa le ha fatto girare il mondo con il suo precedente progetto “Das Festen”(in quel caso una vera e propria band) e non ha sopito l’urgenza comunicativa che, anzi, ha trovato un nuovo corso con questo nuovo progetto solista.

“Black Horse”, la title track, apre con un riff suggestivo di lap steel guitar che introduce poi voce e chitarra scandite da un tappeto ritmico scarno ma efficace quanto basta per innamorarsene da subito.

Il testo parla di pozioni create per gioco, fate “freak” e ovviamente di un “cavallo nero” che risolve il senso di tutta la lirica. Il bello è che ciò avviene con un cantato al limite del recitato, molto simile al modo di cantare di Gareth Liddiard degli australiani The Drones coi cui Hira Lupe molto probabilmente condivide le stesse passioni (dico Tom Waits per citare la prima cosa che mi viene in mente).

La successiva, “The Dragon Man”, è un pezzo dalla struttura quasi da Irish Folk in cui spicca un testo surreale che evoca tormenti del cuore (e della mente?), passioni e amori spezzati, follia e paesaggi surreali su note dolci e malinconiche.

“Quandary” è il pezzo più sperimentale e “drone” del lavoro: riffs ipnotici quasi da farci immergere in “loops” alla Black Angels su distorsioni che ricordano un vecchio grammofono gracchiante con la voce di Joey Ocancey che richiama Tom Waits (non è un caso?) campionata e incastonata in un tappeto ritmico che pare quasi un gioco ma che invece nel suo svolgersi rivela una struttura ben più progettata e complessa.

“Black Horse” ep è nel complesso un lavoro molto interessante, forse troppo corto come accennavo in precedenza, ma che fa ben intendere le intenzioni di Hira Lupe e ben sperare per un lavoro sulla lunga distanza altrettanto originale e in controtendenza con le mode del momento.


 

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