Intervista a Egokid e MasCara

Nella notte di San Valentino, nei sotterranei delle Cantine Coopuf, siamo andate, senza dolci compagnie (e con la rassegnazione del single che va alla serata da solo) ad ascoltare il concerto di Egokid e MasCara organizzato da Coopuf Iniziative Culturali per la rassegna La Creatura.
A farci compagnia, dicevamo, c’erano i MasCara e gli Egokid in una serata dedicata al Post Rock, alla New Wave e al Pop Italiano.

I MasCara nascono nel 2007 a Vergiate: Lucantonio Fusaro (voce, chitarra) e Claudio Piperissa (chitarra) fondano con l’aiuto di Marco Piscitiello (basso) un gruppo di musica rock contaminata dalle influenze New Wave e Post Rock. Ma è solo con Nicholas Negri alla batteria e Simone Scardoni (piano, synth e violoncello) che il gruppo arriva alla formazione definitiva.

Dopo “L’amore e la filosofia”, primo ep del 2009, i MasCara pubblicano il loro primo album nel 2012 dal titolo “Tutti usciamo di casa”.
Nella primavera 2014 esce invece il nuovo album “LVPI”, collocabile in una veste più ombrosa ed urbana.
Abbiamo approfittato dell’occasione per fare due chiacchiere con la band ed ecco cosa ci hanno risposto:

Raccontateci un po’ l’evoluzione dei MasCara dal primo lavoro a LVPI
CLAUDIO: Dunque, il nostro primo album, “Tutti usciamo di casa”, aveva sicuramente un’impostazione più melodica e l’attenzione nei confronti della voce era molta. Con le prime date, con l’esperienza dal vivo, ci siamo però resi conto che la nostra attitudine è molto più aggressiva, “incazzosa”. Insomma, ci piace pestare quando siamo di fronte al pubblico e l’adrenalina sale.
Per questo in “LVPI” c’è molto più rumore. Il disco nasce proprio da un’esigenza espressiva più potente e il pubblico ha risposto benissimo a questa cosa, e noi non possiamo che essere molto contenti di questo.

Spesso si tende ad etichettare, a confrontare, per definire la tendenza di una band. Voi siete stati associati molte volte ai Litfiba, oltre a Editors e Sigur Rós. Come vi ponete nei confronti di questi modelli?

CLAUDIO (ride): La prima volta che ci hanno associato ai Litfiba è stata l’unica in cui ho veramente pensato che stessimo sbagliando qualcosa. In realtà poi, andando ad ascoltare i loro esordi, ci siamo resi conto che non era così azzardato come parallelismo. Specialmente in “Desaparecido” abbiamo trovato parecchie assonanze: da “Guerra”, che abbiamo provato in sala prove un po’ per gioco ad altri dettagli legati ad attitudine e suono (infatti nel 2013 è stato organizzato un mini-tour con la nostra interpretazione dell’album). Per il resto chiaramente siamo influenzati dai nostro ascolti. Cerchiamo sempre di mantenere la nostra autonomia e di non rifarci esclusivamente a nessun gruppo e nessuna tendenza precisa.

A livello di suoni, cosa ci dite di LVPI?
CLAUDIO: Sempre con l’intenzione di essere più d’impatto nel live e, più in generale, abbiamo deciso di rinunciare al surplus di orchestra e cori che invece erano molto presenti di Tutti usciamo di casa. Abbiamo spinto molto di più sulla ritmica. Basso e batteria se la sono goduta molto di più!

Parlando invece dei contenuti, dei testi, vorremmo sentire la voce di chi li crea.
LUCANTONIO: I testi di “LVPI” nascono nell’esperienza quotidiana e vengono trasformati in visioni più oniriche e per questo sono proiezione della realtà. E la realtà è un mondo perennemente in guerra.
L’album precedente era rappresentazione di un’adolescenza in cui tutto cambia continuamente e l’individuo si trasforma in poco tempo in molti personaggi differenti perché sta crescendo. “LVPI” ha una voce più matura: è costruito come un racconto unico che esprime la difficoltà della guerra quotidiana in cui viviamo. Conflitti interni in cui noi, MasCara, ci ritroviamo ogni giorno.

CLAUDIO: Ad esempio il fatto di dover lavorare per sopravvivere, e poi suonare per hobby. Questo è già un grandissimo conflitto. La crisi ha ucciso la possibilità di sognare delle persone. Ed è molto opprimente tutto questo. Anche in “LVPI” abbiamo voluto trasmettere questo senso si claustrofobia, di rumore urbano, metallico.

LUCANTONIO: è come un film notturno, in cui due giovani ragazzi, in una città di un futuro plausibile, si incontrano, si confrontano, ma poi cambiano. E sono costretti ad allontanarsi di nuovo, oppressi da questa faticosa atmosfera urbana.

E la scelta dell’italiano?
Non ho mai avuto dubbi sulla lingua. Con l’inglese c’è sempre il “rischio macchietta” dietro l’angolo e anche a livello sonoro non coincide. Suono e parola sono sempre molto fusi nei nostri brani: in “LVPI” ho preferito non addensare troppo con tante parole ma mantenere la melodia.
Ora stiamo continuando ad chiudere date e la soddisfazione di un pubblico che si entusiasma e poi magari ci scrive per complimentarsi. E’ un traguardo ottimo. Anzi è ora di suonare.

Ci avviciniamo ora ai piccoli camerini delle Cantine Coopuf dove stanno chiacchierando amabilmente gli headliner della serata: gli Egokid, che da molti anni sono una presenza illustre della scena del pop-rock italiano.
Gli Egokid nascono a Milano, creatura di Diego Palazzo e Piergiorgio Pardo, studenti della scuola civica di jazz, entrambi cantanti e aspiranti autori di canzoni, che la passione per il rock inglese anni ’70 e il pop anni ’90 ha avvicinato, isolandoli dalle dinamiche accademiche, nella comune ricerca di qualcosa di nuovo.
Il loro quinto album “Troppa gente su questo pianeta” uscito all’inizio del 2014, è il risultato di più di dieci anni di trasformazioni.
Abbiamo scambiato qualche battuta con i due creatori della band, Diego Palazzo, Piergiorgio Pardo, e con la loro formazione attuale formata da Davide Debenedetti, Cristian Clemente, Fabrizio Bucchieri e Giacomo Carlone.

Dal 2003 ad oggi molte cose si sono trasformate negli Egokid, qual è la maggiore differenza che percepite?
Diego: Sicuramente il cambio fondamentale è stato il passaggio dall’inglese all’italiano, e il desiderio di proporre dei brani con una forma canzone molto più riconoscibile. Passando da jazz prima, poi dall’indie-pop in cui giocavamo con la canzone e la stravolgevamo dall’interno, oggi vogliamo parlare con un linguaggio più universale. L’attività di autori ci porta alla canzone per urgenza espressiva.
Inoltre ora ci sentiamo proprio in un momento di transizione, in cui siamo giunti ad un punto ma desideriamo fare altro: ci stiamo interrogando sulla ricerca del suono, che vada oltre la melodia e la narrazione.

Venendo da una formazione jazz, quanto influisce questo sulla vostra canzone?
Piergiorgio e Diego: Noi abbiamo studiato per qualche anno alla Scuola Civica di Jazz di Milano perché in qualche modo non era dogmatica ma ci permetteva di conoscere le basi di quello che a noi interessava cioè il rock. E abbiamo ricevuto tanto per quanto riguarda l’armonia e l’interpretazione. In “Ecce Homo” la struttura jazz era più presente, specialmente nei lenti. In “Troppa Gente su Questo Pianeta” non c’è struttura jazz ed è stata una scelta precisa volta alla semplificazione del risultato.

Piergiorgio: La cifra espressiva è importantissima: la canzone è un raccontare una fotografia di una situazione precisa. La metrica, le parole ed il suono assieme possono essere perfetti, ma solo alcune canzoni hanno questa completezza che io invidio tantissimo. Ad esempio “Timido Ubriaco” di Max Gazzè, “Se telefonando”, anche se cantata dal peggiore interprete, è semplicemente perfetta.

Avete creato, su richiesta di Rockit, una vostra interpretazione per il tributo a Max Pezzali, ci raccontate come avete fatto?
Siamo stati contattati da Rockit e abbiamo ricevuto la richiesta di elaborare a modo nostro un brano. Decidevano loro quale. A noi hanno dato “La Regina del Celebrità” che noi abbiamo immediatamente trasformato in una dragqueen, perché per noi lei era quello e non poteva essere diversamente. Quindi abbiamo raccontato la versione dalla parte della regina ed è stato divertente.

E cosa ci raccontate invece della collaborazione con Samuele Bersani?
La nostra versione de “Il Re Muore” è piaciuta tantissimo a Samuele Bersani che stava lavorando al disco. Noi l’abbiamo elaborata inversione pop e il nostro disco è nato da quel pezzo. Scriveremo ancora assieme a Bersani che è una persona molto umile ed affabile. Inoltre è un cantautore, scrive lui i propri pezzi, e questo è un valore in più.

Siete sempre avvicinati ai Baustelle: quanto vi riconoscete in questa associazione?
Noi amiamo i Baustelle ma non ci riconosciamo in loro. È un’associazione molto semplicistica poiché i due gruppi hanno delle peculiarità volute che rendono i due gruppi unici, ben specifici, perciò non assimilabili in un’unica entità.

Quanto ruolo ha la musica nel presente? Quali sono i progetti per il futuro?
Piergiorgio: La musica non può essere una missione, non deve insegnare nulla perché quando fai musica lo fai per te. Soddisfi un’esigenza personale.
Diego: Al massimo si tratta di creare empatia e in questo caso diventa osservazione del presente, del malessere che ci sovrasta. E questo ci porta a pensare un po’ al futuro: abbiamo delle idee ma siamo davvero in un momento di transizione. Sicuramente, come dicevo, c’è molto da approfondire nella ricerca del suono. E poi sentiamo in bisogno di fare un disco che sia attuale, uscendo dai vari cliché. Un disco necessario, che racconti il presente.

Intervista di Sofia Parisi e Valentina Irene Galmarini

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