Intervista a Stefano Beghi – Speakeasy Varese

E’ tornato Speakeasy Varese, con la sua seconda edizione, VivaMag ha intervistato Stefano Beghi, direttore artistico della rassegna.

Da poco è stata inaugurata la seconda stagione della rassegna del giovane teatro indipendente, organizzata da Karakorum Teatro e che si svolge al Teatro Santuccio.

Ci racconti da che esigenza è nata questa iniziativa e come mai le avete dato questo nome?

«Le esigenze fondamentali che ci hanno spinto a creare Speakeasy Varese sono due: la prima nasce dalla pancia degli artisti; come noi ci sono infatti moltissimi artisti indipendenti che faticano ad avere spazi, perché il teatro strutturato funziona su dei canali che molto spesso noi non possiamo raggiungere, e si è fossilizzato in qualcosa di sempre uguale a se stesso. Il meccanismo dei finanziamenti statali prevede logiche irraggiungibili per giovani compagnie o realtà indipendenti. Non si hanno quindi grandi possibilità di produrre qualcosa di importante a livello visivo, né la possibilità di fare grandi tourneè o avere a che fare coi teatri stabili nazionali.

La seconda è un’esigenza legata al territorio: partiamo dalla volontà di fare prodotti di elevato livello anche nelle piccole città. Varese offre diverse iniziative teatrali ma molto spesso si tratta di proposte un po’ complicate, con linguaggi classici, oppure c’è il mondo del teatro amatoriale che non sempre riesce ad approfondire contenuti. Questo tipo di teatro può allontanare una fetta di pubblico più giovane. Da qui nasce Speakeasy: le compagnie che invitiamo sono, come noi, giovani compagnie indipendenti. Questo vuol dire che questi spettacoli nascono da un’idea, e spesso senza fondi. Uno ha un’idea, ci prova, studia, ricerca, scrive, comincia a provare in uno spazio prove arrangiato perché non ha soldi per trovarne uno strutturato. Quindi sono spettacoli che da una parte nascono così, un po’ illegalmente, e che vogliono essere vicini alle esigenze della gente, con linguaggi e tematiche più contemporanei.

Perché Speakeasy: ci richiamiamo ai locali che negli anni ’20 in America erano un po’ di contrabbando, venivano serviti gli alcolici che in epoca di proibizionismo erano ovviamente vietati, ma erano anche dei contesti in cui la gente cercava qualcosa di cui aveva bisogno: l’aggregazione, il divertimento. »

Ma quindi una curiosità, le persone che fanno teatro indipendente oggi, che margine di guadagno hanno?

«Quando una persona sceglie un percorso come questo, un percorso “indipendente”, diventa a tutti gli effetti come un libero professionista, quindi ha necessità di costruirsi il proprio mercato, cercare il proprio pubblico, saper vendere, presentare il proprio lavoro. Quindi è sicuramente molto difficile “campare”. Non si diventa ricchi, ma si può sopravvivere, si può vivere. Ed io credo, almeno questo è il percorso che noi come Karakorum Teatro abbiamo scelto, si può vivere soprattutto se ci nutriamo e nutriamo un territorio, mettendosi in relazione con gli enti del territorio, scuole, università, e provando a lavorare insieme. Così non siamo più solo artisti, ma diventiamo persone che hanno una sensibilità, una competenza particolare, ma che si mettono in dialogo con competenze e professionalità diverse. »

Torniamo a Speakeasy: il format della rassegna è cambiato rispetto allo scorso anno?

«Sì qualcosa è cambiato. E’ un’esperienza nuova e quindi va un po’ provata. L’anno scorso era il primo anno, abbiamo fatto dei tentativi dettati sia dall’istinto sia dall’inesperienza. Quest’anno abbiamo ritoccato qualcosa, soprattutto cercando di modificare il contesto, l’obiettivo era riuscire a costruire una serata, e non semplicemente uno spettacolo, in cui i contenuti fossero al centro. Noi vorremmo ritornare a quello che era il teatro di origine, che vive con il popolo e per il popolo, è l’idea che Speakeasy diventa non solo un contesto dove fare fruizione di un prodotto, ma soprattutto un contesto in cui voglio stare. Abbiamo quindi aggiunto un servizio bar, dove la gente può prendere qualcosa da bere, da mangiare, uno spazio dove poter ascoltare della musica, conoscere delle realtà del territorio che vengono ad aprire le serate anticipando gli spettacoli, e infine nel post-spettacolo offrire al pubblico un momento in cui mettersi in cerchio. Così, dopo aver sentito, ricevuto degli stimoli, delle provocazioni da parte degli artisti, tutti possono avere la possibilità di dialogare e di dire la propria come pubblico. Ci teniamo che la gente senta il teatro come spazio per sé. »

L’avete chiamata “cultura di contrabbando”, Speakeasy non propone ovviamente nulla di illegale, ma sceglie di prendere le distanze da vecchie logiche del teatro tradizionale. Come attuate questa strategia nel pratico?

«Ciò che sto per dire è un grande tabù, però molto spesso il teatro viene distribuito per scambio, ciò vuol dire che si sfrutta la vecchia logica del “io ho un mio teatro, tu hai un tuo teatro, se io vengo da te, tu vieni da me”. Questo taglia ovviamente fuori tutti quelli che un teatro non ce l’hanno. Quindi questa è la prima differenza sostanziale rispetto ad una delle vecchie modalità. Noi programmiamo questa rassegna mettendoci in dialogo con le compagnie che incontramo e scegliamo, soprattutto per i contenuti che portano, per il linguaggio che cercano e perchè crediamo che questo linguaggio e questi contenuti siano adatti per un progetto come il nostro che voglia riavvicinare i giovani al teatro e voglia dare un’idea di qualcosa di semplice.

L’altra necessità che abbiamo è quella di porre il teatro come spazio dove stare, quindi prima di tutto come contesto di aggregazione, come motore di comunità, possibilità di incontrarsi, dialogare, approfondire, anche non essere d’accordo. E non il teatro come qualcosa di commerciale dove io vengo, pago e pretendo di vedere e fruire di un prodotto per cui ho pagato.

Qui il pubblico è chiamato in causa, deve poter dire la propria. Attraverso i social network cerchiamo anche di stimolare il punto di vista delle persone.

Abbiamo inltre deciso di coinvolgere le scuole che, da gennaio in poi, con dei piccoli corti teatrali verranno a fare da “gruppo spalla” di una compagnia professionistica. E’ un’occasione bellissima per tutti i giovani che, approcciandosi al teatro per la prima volta, hanno l’occasione di andare in scena di fronte ad un vero pubblico, di conoscere una compagnia professionistica anche dietro le quinte, potendo vedere quello che il teatro è nella realtà. Non è solo essere una star, anzi tutt’altro, è lavoro, è disciplina, per un’ora di spettacolo di sono decine e centinaia di ore di lavoro.»

Che ruolo gioca all’interno di questa rassegna Edizioni dEste?

«La nostra idea è di veicolare una Cultura di contrabbando non solo teatro di contrabbando. Andiamo oltre la logica del teatro come “io mi siedo e tu parli”, e ciò che ci piaceva  è proprio il fatto che in questo contesto ci fossero stimoli differenti. Ed è per questo che affianchiamo al prodotto teatrale stimoli e linguaggi diversi, artisti, pensatori che lavorano a livello culturale anche con modalità differenti, una di queste è la scrittura. Quindi edizioni dEste ha scelto di lavorare con noi diventando il partner con cui condividiamo tutto, dalla progettazione all’organizzazione pratica delle serate, occupandosi nello specifico di organizzare gli approfondimenti. Quindi tutte le persone che vengono per approfondire i contenuti emersi, sono persone che edizioni d’este invita chiedendo loro di moderare delle chiacchierate su diverse tematiche, a fine spettacolo, sempre con lo stile di contrabbando.»

Prima ci parlavi del bar: pensi che i motivi che vi hanno spinto a dare vita a questa iniziativa possano essere collegati a una diversa e più approfondita attenzione a dinamiche di tipo sociale?

«Il teatro nella nostra visione delle cose è qualcosa di sociale, perché è prima di tutto aggregazione. Le persone si mettono intorno ad un argomento, qualcuno l’ha studiato ed ha prodotto qualcosa che permette a questo argomento di venire a galla, di essere avvicinato dalla gente. Quando abbiamo pensato a questo progetto abbiamo sentito che c’era bisogno di avere qualcosa da bere, da mangiare, perchè l’aggregazione è fatta anche di questo. Però non volevamo che a proporre questo servizio fosse qualcuno con spirito commerciale, abbiamo ragionato un attimo ed abbiamo incontrato questa realtà, la Cooperativa L’Aquilone, che ha un servizio che si chiama Edubar. Questo progetto è un occasione per alcuni ragazzi che non vanno a scuola e non lavorano perché non hanno una formazione, che hanno così la possibilità di fare un’esperienza professionale e formativa, nel campo della ristorazione e del catering. Ci piaceva l’idea che questo servizio bar fosse portato avanti da qualcuno che condividesse in qualche modo la filosofia di Speakeasy Varese: la cultura come occasione di incontro e anche come occasione di miglioramento.»

Salutiamo i nostri lettori incuriosendoli con qualche anticipazione sulla prossima serata del 5 dicembre, cosa ne dici?

«Dico sì! La prossima serata del 5 Dicembre è una serata a cui tengo tantissimo perché ha proprio l’obiettivo di mettere a fuoco uno dei concetti base di Speakeasy. E’ infatti incentrato invece sul tema delle giovani generazioni, il titolo è “Qualcosa a cui pensare”.

Noi non crediamo che i giovani non abbiano competenze e qualità, anzi molto spesso ciò che manca è semplicemente un orizzonte, o la possibilità di progettare, di darsi la carica.

Gli artisti che insceneranno questo spettacolo hanno trovato qualcosa a cui pensare: vivere di teatro! Molti invece si perdono in questo mondo che difficilmente dà delle possibilità. Il soggetto dello spettacolo sarà quindi questa gioventù magari ingaggiata in duemila cose ma con un orizzonte che finisce domani, e in un modo molto romanzato sembra non avere proprio niente a cui pensare. Guardiamo però la situazione con un occhio diverso, non ne facciamo un problema ma utilizziamo il punto di vista di chi questa situazione la sta vivendo davvero, ragionando e dialogando sull’argomento. Quindi invitiamo tutti i giovani di Varese a partecipare perché vi assicuro, vi riconoscerete!».

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