John Smith – Hummingbird

Artista: John Smith
Titolo: Hummingbird
Etichetta: Commoner Records
Voto: 7,5

La carriera di un musicista, è quanto di meno simile ad una linea retta si possa trovare nel suo susseguirsi di picchi, dirupi scoscesi ed infinite curve di apprendimento. Generalmente, dopo una caduta o presunta tale, l’artista decide di azzerarsi completamente, spogliarsi di ogni elemento che appesantisce la sua arte e riscoprire le crude origini del proprio percorso.
La parabola di John Smith, giunto alla quinta prova sulla lunga distanza, non è dissimile da questo iter, ben più vicino al tracciato di un sentiero di montagna. Il cantautore di Devon, infatti, è passato in pochi anni dall’essere acclamato come il nuovo alfiere del folk britannico, al mezzo passo falso dell’ultimo disco “Headlong”, poco apprezzato nel tentativo di aprirsi ad un pubblico più generalista.
Sempre con Sam Lakeman in cabina di regia, John è tornato immediatamente in studio, quasi a voler esorcizzare le sonorità più pop del precedente lavoro ed immergersi nuovamente nell’essenzialità del suo solito approccio. La tracklist di “Hummingbird”, si compone di tre brani autografi e sette rivisitazioni di altrettanti “standard” della sterminata tradizione folk anglo-americana.
Nella scelta dei brani, si nota una certa attenzione da parte del menestrello inglese nel ricercare quei brani che lo hanno accompagnato nella più che decennale attività live, ma che soprattutto, sono stati fonte di ispirazione nell’intraprendere il suo cammino di musicista.

Hummingbird”, si connota, quindi, come una sorta di viaggio nell’anima musicale di Smith, solcata dalle atmosfere struggenti di Lord Franklin e dalla cruda nudità dell’arrangiamento di The Time has come, figlie di due leggende del folk come John Renbourn e Bert Jansch. La velata solenne malinconia di Lowlands of Holland, invece, trova nella voce di John la sua giusta dimensione, in un timbro finalmente maturo che nelle sue sabbiose graffiature, arriva a ricordare il monumentale Ray LaMontagne. Da Nic Jones, omaggiato con Master Kilby, sono invece mutuate le delicate chitarre in finger-picking, che non disdegnano accordature aperte e intrecci tutt’altro che scontati.
Il road-trip fra le origini musicali di Smith, continua inevitabilmente dall’altra parte dell’oceano, dove affondano le radici di quelle influenze bluegrass e country, che fanno capolino nella discografia dell’artista inglese. Willie Moore, brano di autori ignoti contenuto in “Harry Smith’s Anthology of American Folk Music”, rielabora la versione di Wizz Jones, conferendole il polveroso spleen tipico della provincia Americana, abitata dai migranti irlandesi.
Gli episodi migliori dell’album, tuttavia, risultano essere le composizioni firmate da Smith, in cui l’autore ritorna ad un songwriting essenziale, ma con un’approccio ben più maturo. Su di un dialogo chitarristico apparentemente semplice, scorre la tragica storia d’amore raccontata nella titletrack, mentre Boudica, con il suo intro mestamente sospirato, si guadagna il titolo di “miglior brano dell’opera”. Menzione a parte, merita Axe Mountain, brano proposto live in diverse occasioni, che in questo caso, indossa un nuovo abito fatto su misura per l’occasione.

Hummingbird”, ci restituisce un prontuario folk, con cui Smith torna su terreni a lui congeniali, con una ritrovata maturità e concentrazione. Un lavoro che riporta lo standard qualitativo del cantautore ai livelli a cui ci aveva abituato, scrollandosi di dosso la necessità di apparire più commestibile ad un pubblico più vasto.

Simone Vitillo

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