Keith Richards “Life”

Recensione a cura di Stefano “Monty” Montesano

La mia missione per questo mese, come mi comunicano gli occhi carichi di aspettative dell’editore, è fare una recensione “alla Lester Bangs” dell’autobiografia di Keith Richards (Si Vabbé!) ed io ho pensato che la metanarrativa potesse essere un ottimo punto di partenza (Caro vecchio trucco per distogliere l’attenzione dal fatto che non si è trovato un attacco ad effetto degno di questa definizione). Mi è stata consegnata in un tripudio di flash fotografici durante una cerimonia solenne e commovente: è già la seconda cosa che mi viene regalata da quando collaboro con Vivamag e sto effettivamente iniziando a montarmi la testa, ma non è colpa mia, è la gente che va in visibilio in maniera così ingiustificata ( E questo non è niente rispetto alle cose che non vi fanno leggere, qui di seguito infatti ci sono cinque/sei esilaranti righe su di una Bentley e una prostituta minorenne su cui non scommetterei!).
La prossima volta che mi prendo un incarico di questo tipo voglio il T.S.S (Trattamento Standard da Superstar), ovvero che mi si venga a prendere a casa con una Bentley color champagne con l’autista, il frigo bar e un impianto approvato da una giuria di tamarri altamente qualificata da cui provengono a volumi da denuncia tutti i più grandi pezzi da droga party anni settanta tipo “Celebration” o “Boogie Man” e l’immortale “Disco Inferno”, almeno una escort ma se non ne trovate va bene anche una puttana (Non mi interessa che sia maggiorenne) e un bottone che quando lo schiacci si abbassa un ripiano con una raglia di trenta centimetri di bamba già preparata…questo come minimo (Ci sarebbe anche un pool di avvocati di quelli con le palle durissime che difendono i camorristi e i parlamentari così che possa dire e fare tutto quello che mi passa per la testa, qualsiasi puttanata, sicuro di essere tirato fuori dalla merda con una telefonata) e non è detto che poi accetto.
A dire il vero prendere per il culo Keith non è che fosse fra le mie priorità, o meglio non mi dispiace prenderlo per il culo se però prima non devo leggere la sua autobiografia (Ma poi non mi potevano dare che ne so “Just Kids”?) e le cinquecento scoraggianti pagine non è che mi vedessero così ben disposto. Uno: se gli Stones si fossero sciolti quando dovevano e non avessero mai più toccato uno strumento come avrebbero dovuto quest’autobiografia avrebbe almeno un terzo di pagine in meno ( A tal proposito mi sembra opportuno rendervi partecipi di un “giuochino” moderatamente divertente col quale ero solito dilettarmi con i miei amici VIP ovvero “individua l’anno esatto in cui dovevano fregare l’intera strumentazione ad una certa band” Rolling Stones 1973 subito dopo Exile, Black Sabbath 1974, Led Zeppelin 1968 –PRIMA DEL PRIMO DISCO!-, Pooh: fine 1968 – prima del concept album, il periodo beat non era così infame ,anzi – Beatles, per quel che mi riguarda potevano anche lasciargliela fino al 1970 l’importante era depredare Paul McCartney, Lucio Dalla 1982, Sonic Youth 1996 – dopo Washing Machine se pensate che tredici anni di autonomia non li abbiamo dati neanche ai Black Sabbath non vedo proprio cosa c’è da lamentarsi. Comunque io e i miei amici VIP stiamo per varare un altro giochino decisamente più simpatico ed è “INDIVIDUARE UNA BAND LA CUI ATTIVITA’ STA DIVENTANDO IMBARAZZANTE PER TUTTI E FREGARGLI L’INTERA STRUMENTAZIONE”. Io a dire il vero i Calibro li avrei lasciati fare, comunque uno a zero). Due: Ma com’è che Keith Richards si ricorda tutte queste cose?
In realtà l’uomo a cui è impossibile trovare gli occhi una certa verve narrativa ce l’ha, merito forse del beffardo humour inglese (Cosa che in “Just Kids” effettivamente non c’è dal momento che Patti Smith NON HA UN SENSO DELL’UMORISMO DI NESSUNA NAZIONALITA’), lo stesso con cui Johnny Lydon metteva a segno qualche punto in “No irish, no blacks, no dogs”: l’autobiografia per il resto inutile del cantante del gruppo di cui si sa già tutto (I parallelismi con i Sex Pistols sono più numerosi di quanto si possa pensare 1) L’”abbrutimento pilotato” da Andrew Loog Oldham – Non lavarsi, essere molesti, fare gli stronzi in televisione – anticipa abbastanza fedelmente l’opera di McLaren e 2) La fuga in Giamaica per trovare nuova linfa ed erba veramente seria)
E sinceramente anche sugli Stones non c’è rimasto molto da svelare, essendo gli Stones uno dei capisaldi imperituri di quella mitologia rock che non accenna a scemare: saggi, biografie, raccolte critiche dei testi e raccolte fotografiche ed anche opere più o meno di fiction, basta penare a “Sway” di Zachary Lazar o al recente “Rosso Floyd” di Michele Mari su quello che dopo l’annegamento di Brian Jones è il grande “scandalo” della storia del rock’nroll o la sterminata produzione (per lo più trascurabile, invero) dedicata alle maggiori/peggiori icone del rock da Jimi Hendrix a Janis Joplin, fino ai comprimari più sfigati della Factory o peggio all’orrido, sopravvalutato e mai abbastanza vilipeso Jim Morrison. La storia degli Stones fra l’altro è stata raccontata e ri-raccontata dall’interno, senza svelare chissà che retroscena (A parte modificare le percentuali di merito e stronzitudine fra i componenti della band) con almeno due autobiografie: quelle di Bill Wyman e Andrew Loog Oldham, (oddio non vorrei mai che mi capiti di dover leggere quelle di Mick Jagger e Charlie Watts! Sappiamo più o meno come è andata, non siamo obbligati a sentire proprio tutte le ca(ra)mpane!), eppure mi sento di dire che questa autobiografia non è quasi per niente agiografica che è un buon punto di partenza se come me preferite di gran lunga distruggere i santini piuttosto che costruirli e se c’è qualcosa che non si può di certo rimproverare al vecchio Keith è la schiettezza e l’efficacia (Che devo dire sono le uniche due qualità che gli riesco a trovare come chitarrista se proprio mi ci metto) e sospetto che fra quelle pubblicate possa essere la più attendibile…Vi assicuro che se non hai nascosto quello che il vecchio Keith non ha nascosto, non vedo cosa ci possa essere di altro che ti vergogni di dire!
I ricordi d’infanzia sono come quelli di chiunque altro, magari solo più dikensiani. Il Richards ricorda affettuosamente la propria infanzia in una periferia di Londra che ancora portava le cicatrici della guerra, la povertà quasi assoluta, la famiglia, in particolare il nonno jazzista che gli ha insegnato l’amore per la musica, le fallimentari esperienze scolastiche, le prime prove tecniche di ribellione e la folgorazione per il blues e l’incontro con altri ragazzi con la stessa passione.
Le pagine più affascinanti riguardano il periodo nella scuola d’arte, l’ambiente di bohémien e la grande (ri)scoperta del blues da parte degli inglesi (Non si dice ma credo che Harry Smith c’entri qualcosa), insomma le basi del revival rhythm and blues (Era il periodo in cui dei bluesman decrepiti facevano tour inglesi trionfali suonando con bands che avevano un quarto della loro età, guadagnando in vecchiaia i primi soldi seri che avessero mai visto!), nonché del rock’n roll come lo conosciamo adesso. Gli Stones si sono fatti le ossa sugli standard, restituendoli al mondo come non si erano mai sentiti, con una veemenza che aveva più a che fare con la delinquenza giovanile che con la musica: una questione di pura ATTITUDINE. Abbastanza paradossale che un band di puristi del blues che suonava puro blues per soli puristi di blues sia diventata inspiegabilmente idolo di frotte di ragazzine urlanti (Per non parlare dei testi di una misoginia unica!), o anche che la British invasion abbia fatto innamorare gli americani della musica che hanno sempre avuto sotto il naso: era sempre stata lì, bastava allungare la mano e prendersela. Ed è questo a mio avviso l’immenso merito dei Rolling Stones: senza di loro non ci sarebbe stato o sarebbe stato molto meno figo il garage punk (Ma se è per questo neanche il punk!), è grazie a loro che in ogni cantina degli States e del mondo ogni ragazzo in possesso di chitarre e amplificatori si è sentito in diritto di pestare alla meno peggio sui propri strumenti al massimo del volume che si riusciva ad ottenere. Il contributo dei Rolling Stones è stato inestimabile, l’epopea del garage punk non solo americano è un tesoro inesauribile che ancora oggi regala qualche perla (Vogliamo parlare dei gruppi garage peruviani o indonesiani?), per non parlare dell’impatto che hanno avuto sulla civiltà occidentale effettivamente incalcolabile.
Divertente inoltre, qualche capitolo più in là, la descrizione di quella classe sociale composta di rampolli dell’alta società debosciati ed eccentrici coinvolti con l’arte d’avanguardia, un mix tra dolce vita e reminiscenze dannunziane (Il sesto capitolo si incastra perfettamente con “L’irresistibile ascesa di Harry Starks”!) Un rimescolio di nobili, artisti d’avanguardia, sedicenti artisti d’avanguardia, cialtroni, tossici altolocati, tossici dei bassifondi, delinquenti e compagnia decadente, gente in caffetano che fuma oppio fra cuscini di seta dalla mattina alla sera, insomma gli albori di quel jet set di merda desideroso di farsi una passeggiata sul lato selvaggio che per degenerazione delle specie partendo da Nico e Anita Pallemberg è arrivato a Marta Marzotto e Marina Ripa di Meana.
Colpisce a mano a mano che si procede con la lettura, la noncuranza con cui il venerando Keith parla di qualsiasi cosa, insiste per pagine e pagine su un accordo di Little Richard e liquida con mezza pagina la morte di Brian Jones (E la figura di Brian Jones accennata solamente come un rompicoglioni con grandi complessi di inferiorità molesto e lagnoso, manipolatore e opportunista, che fosse stato uno stronzetto che si era montato la testa nel giro di due mesi non lo metto in dubbio, ma io credo che il suo contributo al suono dei primi dischi degli Stones sia un po’ più rilevante di così, poi sono io il primo a dire che se messi sulla bilancia i guizzi di genio e le rotture di palle il più delle volte i guizzi non controbilanciano le rotture e comunque se gli dava fastidio così tanto la gente così perché hai frequentato per cinquant’anni Mick Jagger?) e con una pagina il fattaccio di Altamont, caricato di pesanti valenze simboliche dalla stampa di ogni tempo e raccontato con un’alzata di spalle con una frase del tipo: “Ero abituato a vedere persone morire schiacciate a dozzine ai nostri concerti, quindi ad Altamont non è che sia andata peggio di altre volte”. Effettivamente vista da questo punto di vista lo show di Altamont ha abbassato un po’ la MMPC (Media di Morti per Concerto) dei Rolling Stones!
E’ sotto inteso che le pagine dedicate alla droga e agli arresti non si contano neppure. Sono pagine che raccontano storie da tossici come quelle scritte da qualunque altro tossico: agguati, fregature, trappole, soffiate, sgami, astinenza e pere disperate sparate nei peggio posti con la peggio attrezzatura… Come dice lui stesso, quando sei in quelle condizioni non puoi dire “Tu non sai chi sono io”, non sei il chitarrista degli Stones, se solo un tossico come gli altri e devi startene buono buono ed aspettare il tuo uomo (Notare la citazione velvettiana!). E’ comunque interessante notare lo spiegamento di forze e i soldi dei contribuenti usati dalle polizie di mezzo mondo con l’obiettivo di rovinare la carriera dei Rolling Stones, come se fosse quella la priorità assoluta per il bene della Nazione, se si pensa a quanto stava succedendo a John Lennon il quadro non è poi così paranoico, tuttavia il Nostro non ha mai smesso di farsi in maniera industriale, girare armato e così via, facendola franca ogni santa volta per qualche cavillo o per qualche conoscenza altolocata nelle pagine più irritanti di tutta la biografia che fra l’altro sono quelle raccontate con maggior faccia da culo.
Io comunque non sono Zap Mangusta e potevo vivere felice anche senza sapere cosa ha fatto Keith Richards dal 1973 ad oggi, perché a lungo andare infatti la vita rock’n’roll diventa stucchevole e le ultime duecento pagine grevi: gente appesa ai lampadari, groupie ovunque, gente ammollo nello champagne, gente che collassa, gente che dorme nel vomito, letti che prendono fuoco, camere e interi piani d’albergo devastati. L’entourage dei Rolling Stones negli anni settanta assomigliava alla rosa dei peggio candidati politici per le prossime elezioni ed era composta di guardaspalle, papponi, spacciatori, trafficoni, medici, zoccole, avvocati, guardaspalle papponi, guardaspalle spacciatori, guardaspalle trafficoni, papponi spacciatori, papponi trafficoni, medici papponi, medici spacciatori, medici trafficoni, zoccole spacciatrici, zoccole trafficone, avvocati papponi, avvocati spacciatori, avvocati trafficoni… It’s only rock’n’roll e mi annoia a morte.
E’ il più trito fra i cliché e Keith Richard e i Rolling Stones ce la mettono tutta per non tradire le parti, alimentando le leggende metropolitane che li riguardano ( Non ultima quella secondo cui Keith Richards vada periodicamente in Svizzera a cambiare il sangue, mi sembra veramente una stronzata: è il genere di cose che farebbe Mick Jagger!).
Poi dopo la G.O.R. (Grande Operazione di Ripulitura) gli eccessi da tossici hanno lasciato il posto a “normali” capricci da rockstar del cazzo (Idromassaggio, sala da biliardo, pietanze improbabili ad ore assurde e tuttavia non si sono mai spinti al livello dei Pooh e del loro schiacciatore di pedali per chitarra dietro le quinte…questi ragazzi fanno roba melodica però wow, sotto questo punto di vista non hanno niente da imparare da nessuno!), ma non per questo il livello di patetismo è diminuito… Alberto Sordi è rock’n’roll direi per niente ma un TE C’HANNO MAI MANNATO? è esattamente ciò che questa gente si merita!
La musica? Meglio lasciar stare.
Exile on Main Street è stato l’epitaffio di un epoca, di un modo di fare rock’n’roll :“Questa è la summa di come si è fatto rock’n’roll fino ad ora, da dove veniva e dove è arrivato, ricordatevelo bene, da questo momento in po’ non è più possibile, vi toccherà pensare a qualcos’altro”. E invece gli stronzi hanno continuato all’infinito. Sempre peggio.
Dilettevoli a dire il vero le pagine dedicate alla SCS (Sindrome del cantante solista) di Mick Jagger, il punto più basso raggiunto da una persona che aveva sfondato, musicalmente ma non solo, il muro dell’orrido già varie volte. Lì più che mai Mick Jagger ha dato il peggio di sé e della categoria, quando, constatando che la band che lo ha reso famoso in tutto il mondo e ricco in maniera schifosa, assicurandogli un posto nella storia della musica e del costume del Novecento nonché permettendogli di scoparsi delle fighe ultraterrene in ville che fanno sembrare la Casa Bianca un cesso, stava soffocando il suo talento e che un normale studio di registrazione, per quanto ben attrezzato, non riusciva più a contenere il suo ego si è trasformato in qualcosa di molto simile a Gloria Swanson in “Viale del tramonto” (Lezioni di canto e di ballo, consulenti di immagine, produttori scelti a vanvera fra i più pagati, scenografi, fuochi d’artificio, ballerine e nani per progettare il proprio rilancio in grande stile, insomma sapete com’è) producendo della roba che oltre che ad essere “sbagliata” era anche estremamente brutta e sono estremamente grato al mondo per averne decretato il rovinoso insuccesso, dimostrando una volta tanto, fosse anche per una cosa così insignificante, un briciolo di buon senso.
C’è da dire che la parentesi solista di Keith Richard, dovessi mai scegliere con la pistola alla tempia, è forse la meno peggio, se non altro dal punto di vista simbolico il nostro amico si è sentito in dovere di rintracciare tutti i musicisti che lo hanno folgorato da ragazzo, quelli che attraverso la loro musica e la loro ispirazione lo hanno portato dov’è arrivato (Alcuni dei quali dimenticati per decenni dopo un successo folgorante durato poche stagioni) e di restituire loro qualcosa, con l’umiltà e l’entusiasmo di un fan. Oppure si è prodigato spostando mari e monti perché un oscuro gruppo di rastafariani potesse approdare finalmente alla pubblicazione di un disco (Vi dirò, non capisco cosa ci trovano di così meraviglioso nel reggae né trovo così fantastico il rastafarianesimo che mi sembra la religione più insulsa e omofoba di tutte quelle sul mercato il che è tutto dire), insomma due cose che al di là del risultato puramente musicale, mi sono sembrate due cose carine (Ma forse è perché non le ho ascoltate) e inaspettate soprattutto se pensate che arrivano da una delle categorie umane più stronze del pianeta ovvero le rockstar.
Poi sono arrivati i megatour degli anni novanta, cascate di soldi e riconoscimenti, tributi, attestati di stima dai capi di stato di mezzo mondo, addirittura la partecipazione ad un film per espressa richiesta di Johnny Depp.
Non gli passa minimamente per la testa di andare in pensione (Chi? Questo ci piscia sulle tombe a tutti!)
Keith Richards: uno che le sue soddisfazioni se le è prese.

La mia missione per questo mese, come mi comunicano gli occhi carichi di aspettative dell’editore, è fare una recensione “alla Lester Bangs” dell’autobiografia di Keith Richards (Si Vabbé!) ed io ho pensato che la metanarrativa potesse essere un ottimo punto di partenza (Caro vecchio trucco per distogliere l’attenzione dal fatto che non si è trovato un attacco ad effetto degno di questa definizione). Mi è stata consegnata in un tripudio di flash fotografici durante una cerimonia solenne e commovente: è già la seconda cosa che mi viene regalata da quando collaboro con ViVa! e sto effettivamente iniziando a montarmi la testa, ma non è colpa mia, è la gente che va in visibilio in maniera così ingiustificata ( E questo non è niente rispetto alle cose che non vi fanno leggere, qui di seguito infatti ci sono cinque/sei esilaranti righe su di una Bentley e una prostituta minorenne su cui non scommetterei!).
La prossima volta che mi prendo un incarico di questo tipo voglio il T.S.S (Trattamento Standard da Superstar), ovvero che mi si venga a prendere a casa con una Bentley color champagne con l’autista, il frigo bar e un impianto approvato da una giuria di tamarri altamente qualificata da cui provengono a volumi da denuncia tutti i più grandi pezzi da droga party anni settanta tipo “Celebration” o “Boogie Man” e l’immortale “Disco Inferno”, almeno una escort ma se non ne trovate va bene anche una puttana (Non mi interessa che sia maggiorenne) e un bottone che quando lo schiacci si abbassa un ripiano con una raglia di trenta centimetri di bamba già preparata…questo come minimo (Ci sarebbe anche un pool di avvocati di quelli con le palle durissime che difendono i camorristi e i parlamentari così che possa dire e fare tutto quello che mi passa per la testa, qualsiasi puttanata, sicuro di essere tirato fuori dalla merda con una telefonata) e non è detto che poi accetto.
A dire il vero prendere per il culo Keith non è che fosse fra le mie priorità, o meglio non mi dispiace prenderlo per il culo se però prima non devo leggere la sua autobiografia (Ma poi non mi potevano dare che ne so “Just Kids”?) e le cinquecento scoraggianti pagine non è che mi vedessero così ben disposto. Uno: se gli Stones si fossero sciolti quando dovevano e non avessero mai più toccato uno strumento come avrebbero dovuto quest’autobiografia avrebbe almeno un terzo di pagine in meno ( A tal proposito mi sembra opportuno rendervi partecipi di un giuochino moderatamente divertente col quale ero solito dilettarmi con i miei amici VIP ovvero “individua l’anno esatto in cui dovevano fregare l’intera strumentazione ad una certa band” Rolling Stones 1973 subito dopo Exile, Black Sabbath 1974, Led Zeppelin 1968 –PRIMA DEL PRIMO DISCO!-, Pooh: fine 1968 – prima del concept album, il periodo beat non era così infame ,anzi – Beatles, per quel che mi riguarda potevano anche lasciargliela fino al 1970 l’importante era depredare Paul McCartney, Lucio Dalla 1982, Sonic Youth 1996 – dopo Washing Machine se pensate che tredici anni di autonomia non li abbiamo dati neanche ai Black Sabbath non vedo proprio cosa c’è da lamentarsi. Comunque io e i miei amici VIP stiamo per varare un altro giochino decisamente più simpatico ed è “INDIVIDUARE UNA BAND LA CUI ATTIVITA’ STA DIVENTANDO IMBARAZZANTE PER TUTTI E FREGARGLI L’INTERA STRUMENTAZIONE”. Io a dire il vero i Calibro li avrei lasciati fare, comunque uno a zero). Due: Ma com’è che Keith Richards si ricorda tutte queste cose?
In realtà l’uomo a cui è impossibile trovare gli occhi una certa verve narrativa ce l’ha, merito forse del beffardo humour inglese (Cosa che in “Just Kids” effettivamente non c’è dal momento che Patti Smith NON HA UN SENSO DELL’UMORISMO DI NESSUNA NAZIONALITA’), lo stesso con cui Johnny Lydon metteva a segno qualche punto in “No irish, no blacks, no dogs”: l’autobiografia per il resto inutile del cantante del gruppo di cui si sa già tutto (I parallelismi con i Sex Pistols sono più numerosi di quanto si possa pensare 1) L’”abbrutimento pilotato” da Andrew Loog Oldham – Non lavarsi, essere molesti, fare gli stronzi in televisione – anticipa abbastanza fedelmente l’opera di McLaren e 2) La fuga in Giamaica per trovare nuova linfa ed erba veramente seria)
E sinceramente anche sugli Stones non c’è rimasto molto da svelare, essendo gli Stones uno dei capisaldi imperituri di quella mitologia rock che non accenna a scemare: saggi, biografie, raccolte critiche dei testi e raccolte fotografiche ed anche opere più o meno di fiction, basta penare a “Sway” di Zachary Lazar o al recente “Rosso Floyd” di Michele Mari su quello che dopo l’annegamento di Brian Jones è il grande “scandalo” della storia del rock’nroll o la sterminata produzione (per lo più trascurabile, invero) dedicata alle maggiori/peggiori icone del rock da Jimi Hendrix a Janis Joplin, fino ai comprimari più sfigati della Factory o peggio all’orrido, sopravvalutato e mai abbastanza vilipeso Jim Morrison. La storia degli Stones fra l’altro è stata raccontata e ri-raccontata dall’interno, senza svelare chissà che retroscena (A parte modificare le percentuali di merito e stronzitudine fra i componenti della band) con almeno due autobiografie: quelle di Bill Wyman e Andrew Loog Oldham, (oddio non vorrei mai che mi capiti di dover leggere quelle di Mick Jagger e Charlie Watts! Sappiamo più o meno come è andata, non siamo obbligati a sentire proprio tutte le ca(ra)mpane!), eppure mi sento di dire che questa autobiografia non è quasi per niente agiografica che è un buon punto di partenza se come me preferite di gran lunga distruggere i santini piuttosto che costruirli e se c’è qualcosa che non si può di certo rimproverare al vecchio Keith è la schiettezza e l’efficacia (Che devo dire sono le uniche due qualità che gli riesco a trovare come chitarrista se proprio mi ci metto) e sospetto che fra quelle pubblicate possa essere la più attendibile…Vi assicuro che se non hai nascosto quello che il vecchio Keith non ha nascosto, non vedo cosa ci possa essere di altro che ti vergogni di dire!
I ricordi d’infanzia sono come quelli di chiunque altro, magari solo più dikensiani. Il Richards ricorda affettuosamente la propria infanzia in una periferia di Londra che ancora portava le cicatrici della guerra, la povertà quasi assoluta, la famiglia, in particolare il nonno jazzista che gli ha insegnato l’amore per la musica, le fallimentari esperienze scolastiche, le prime prove tecniche di ribellione e la folgorazione per il blues e l’incontro con altri ragazzi con la stessa passione.
Le pagine più affascinanti riguardano il periodo nella scuola d’arte, l’ambiente di bohémien e la grande (ri)scoperta del blues da parte degli inglesi (Non si dice ma credo che Harry Smith c’entri qualcosa), insomma le basi del revival rhythm and blues (Era il periodo in cui dei bluesman decrepiti facevano tour inglesi trionfali suonando con bands che avevano un quarto della loro età, guadagnando in vecchiaia i primi soldi seri che avessero mai visto!), nonché del rock’n roll come lo conosciamo adesso. Gli Stones si sono fatti le ossa sugli standard, restituendoli al mondo come non si erano mai sentiti, con una veemenza che aveva più a che fare con la delinquenza giovanile che con la musica: una questione di pura ATTITUDINE. Abbastanza paradossale che un band di puristi del blues che suonava puro blues per soli puristi di blues sia diventata inspiegabilmente idolo di frotte di ragazzine urlanti (Per non parlare dei testi di una misoginia unica!), o anche che la British invasion abbia fatto innamorare gli americani della musica che hanno sempre avuto sotto il naso: era sempre stata lì, bastava allungare la mano e prendersela. Ed è questo a mio avviso l’immenso merito dei Rolling Stones: senza di loro non ci sarebbe stato o sarebbe stato molto meno figo il garage punk (Ma se è per questo neanche il punk!), è grazie a loro che in ogni cantina degli States e del mondo ogni ragazzo in possesso di chitarre e amplificatori si è sentito in diritto di pestare alla meno peggio sui propri strumenti al massimo del volume che si riusciva ad ottenere. Il contributo dei Rolling Stones è stato inestimabile, l’epopea del garage punk non solo americano è un tesoro inesauribile che ancora oggi regala qualche perla (Vogliamo parlare dei gruppi garage peruviani o indonesiani?), per non parlare dell’impatto che hanno avuto sulla civiltà occidentale effettivamente incalcolabile.
Divertente inoltre, qualche capitolo più in là, la descrizione di quella classe sociale composta di rampolli dell’alta società debosciati ed eccentrici coinvolti con l’arte d’avanguardia, un mix tra dolce vita e reminiscenze dannunziane (Il sesto capitolo si incastra perfettamente con “L’irresistibile ascesa di Harry Starks”!) Un rimescolio di nobili, artisti d’avanguardia, sedicenti artisti d’avanguardia, cialtroni, tossici altolocati, tossici dei bassifondi, delinquenti e compagnia decadente, gente in caffetano che fuma oppio fra cuscini di seta dalla mattina alla sera, insomma gli albori di quel jet set di merda desideroso di farsi una passeggiata sul lato selvaggio che per degenerazione delle specie partendo da Nico e Anita Pallemberg è arrivato a Marta Marzotto e Marina Ripa di Meana.
Colpisce a mano a mano che si procede con la lettura, la noncuranza con cui il venerando Keith parla di qualsiasi cosa, insiste per pagine e pagine su un accordo di Little Richard e liquida con mezza pagina la morte di Brian Jones (E la figura di Brian Jones accennata solamente come un rompicoglioni con grandi complessi di inferiorità molesto e lagnoso, manipolatore e opportunista, che fosse stato uno stronzetto che si era montato la testa nel giro di due mesi non lo metto in dubbio, ma io credo che il suo contributo al suono dei primi dischi degli Stones sia un po’ più rilevante di così, poi sono io il primo a dire che se messi sulla bilancia i guizzi di genio e le rotture di palle il più delle volte i guizzi non controbilanciano le rotture e comunque se gli dava fastidio così tanto la gente così perché hai frequentato per cinquant’anni Mick Jagger?) e con una pagina il fattaccio di Altamont, caricato di pesanti valenze simboliche dalla stampa di ogni tempo e raccontato con un’alzata di spalle con una frase del tipo: “Ero abituato a vedere persone morire schiacciate a dozzine ai nostri concerti, quindi ad Altamont non è che sia andata peggio di altre volte”. Effettivamente vista da questo punto di vista lo show di Altamont ha abbassato un po’ la MMPC (Media di Morti per Concerto) dei Rolling Stones!
E’ sotto inteso che le pagine dedicate alla droga e agli arresti non si contano neppure. Sono pagine che raccontano storie da tossici come quelle scritte da qualunque altro tossico: agguati, fregature, trappole, soffiate, sgami, astinenza e pere disperate sparate nei peggio posti con la peggio attrezzatura… Come dice lui stesso, quando sei in quelle condizioni non puoi dire “Tu non sai chi sono io”, non sei il chitarrista degli Stones, se solo un tossico come gli altri e devi startene buono buono ed aspettare il tuo uomo (Notare la citazione velvettiana!). E’ comunque interessante notare lo spiegamento di forze e i soldi dei contribuenti usati dalle polizie di mezzo mondo con l’obiettivo di rovinare la carriera dei Rolling Stones, come se fosse quella la priorità assoluta per il bene della Nazione, se si pensa a quanto stava succedendo a John Lennon il quadro non è poi così paranoico, tuttavia il Nostro non ha mai smesso di farsi in maniera industriale, girare armato e così via, facendola franca ogni santa volta per qualche cavillo o per qualche conoscenza altolocata nelle pagine più irritanti di tutta la biografia che fra l’altro sono quelle raccontate con maggior faccia da culo.
Io comunque non sono Zap Mangusta e potevo vivere felice anche senza sapere cosa ha fatto Keith Richards dal 1973 ad oggi, perché a lungo andare infatti la vita rock’n’roll diventa stucchevole e le ultime duecento pagine grevi: gente appesa ai lampadari, groupie ovunque, gente ammollo nello champagne, gente che collassa, gente che dorme nel vomito, letti che prendono fuoco, camere e interi piani d’albergo devastati. L’entourage dei Rolling Stones negli anni settanta assomigliava alla rosa dei peggio candidati politici per le prossime elezioni ed era composta di guardaspalle, papponi, spacciatori, trafficoni, medici, zoccole, avvocati, guardaspalle papponi, guardaspalle spacciatori, guardaspalle trafficoni, papponi spacciatori, papponi trafficoni, medici papponi, medici spacciatori, medici trafficoni, zoccole spacciatrici, zoccole trafficone, avvocati papponi, avvocati spacciatori, avvocati trafficoni… It’s only rock’n’roll e mi annoia a morte.
E’ il più trito fra i cliché e Keith Richard e i Rolling Stones ce la mettono tutta per non tradire le parti, alimentando le leggende metropolitane che li riguardano ( Non ultima quella secondo cui Keith Richards vada periodicamente in Svizzera a cambiare il sangue, mi sembra veramente una stronzata: è il genere di cose che farebbe Mick Jagger!).
Poi dopo la G.O.R. (Grande Operazione di Ripulitura) gli eccessi da tossici hanno lasciato il posto a “normali” capricci da rockstar del cazzo (Idromassaggio, sala da biliardo, pietanze improbabili ad ore assurde e tuttavia non si sono mai spinti al livello dei Pooh e del loro schiacciatore di pedali per chitarra dietro le quinte…questi ragazzi fanno roba melodica però wow, sotto questo punto di vista non hanno niente da imparare da nessuno!), ma non per questo il livello di patetismo è diminuito… Alberto Sordi è rock’n’roll direi per niente ma un TE C’HANNO MAI MANNATO? è esattamente ciò che questa gente si merita!
La musica? Meglio lasciar stare.
Exile on Main Street è stato l’epitaffio di un epoca, di un modo di fare rock’n’roll :“Questa è la summa di come si è fatto rock’n’roll fino ad ora, da dove veniva e dove è arrivato, ricordatevelo bene, da questo momento in po’ non è più possibile, vi toccherà pensare a qualcos’altro”. E invece gli stronzi hanno continuato all’infinito. Sempre peggio.
Dilettevoli a dire il vero le pagine dedicate alla SCS (Sindrome del cantante solista) di Mick Jagger, il punto più basso raggiunto da una persona che aveva sfondato, musicalmente ma non solo, il muro dell’orrido già varie volte. Lì più che mai Mick Jagger ha dato il peggio di sé e della categoria, quando, constatando che la band che lo ha reso famoso in tutto il mondo e ricco in maniera schifosa, assicurandogli un posto nella storia della musica e del costume del Novecento nonché permettendogli di scoparsi delle fighe ultraterrene in ville che fanno sembrare la Casa Bianca un cesso, stava soffocando il suo talento e che un normale studio di registrazione, per quanto ben attrezzato, non riusciva più a contenere il suo ego si è trasformato in qualcosa di molto simile a Gloria Swanson in “Viale del tramonto” (Lezioni di canto e di ballo, consulenti di immagine, produttori scelti a vanvera fra i più pagati, scenografi, fuochi d’artificio, ballerine e nani per progettare il proprio rilancio in grande stile, insomma sapete com’è) producendo della roba che oltre che ad essere “sbagliata” era anche estremamente brutta e sono estremamente grato al mondo per averne decretato il rovinoso insuccesso, dimostrando una volta tanto, fosse anche per una cosa così insignificante, un briciolo di buon senso.
C’è da dire che la parentesi solista di Keith Richard, dovessi mai scegliere con la pistola alla tempia, è forse la meno peggio, se non altro dal punto di vista simbolico il nostro amico si è sentito in dovere di rintracciare tutti i musicisti che lo hanno folgorato da ragazzo, quelli che attraverso la loro musica e la loro ispirazione lo hanno portato dov’è arrivato (Alcuni dei quali dimenticati per decenni dopo un successo folgorante durato poche stagioni) e di restituire loro qualcosa, con l’umiltà e l’entusiasmo di un fan. Oppure si è prodigato spostando mari e monti perché un oscuro gruppo di rastafariani potesse approdare finalmente alla pubblicazione di un disco (Vi dirò, non capisco cosa ci trovano di così meraviglioso nel reggae né trovo così fantastico il rastafarianesimo che mi sembra la religione più insulsa e omofoba di tutte quelle sul mercato il che è tutto dire), insomma due cose che al di là del risultato puramente musicale, mi sono sembrate due cose carine (Ma forse è perché non le ho ascoltate) e inaspettate soprattutto se pensate che arrivano da una delle categorie umane più stronze del pianeta ovvero le rockstar.
Poi sono arrivati i megatour degli anni novanta, cascate di soldi e riconoscimenti, tributi, attestati di stima dai capi di stato di mezzo mondo, addirittura la partecipazione ad un film per espressa richiesta di Johnny Depp.
Non gli passa minimamente per la testa di andare in pensione (Chi? Questo ci piscia sulle tombe a tutti!)
Keith Richards: uno che le sue soddisfazioni se le è prese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.