18 Giugno 2019

La fine del sogno di Sayed Kashua




Sayed Kashua (1975) è uno scrittore arabo-israeliano, nato a Tira, agglomerato palestinese sito venti chilometri a nord di Tel-Aviv; ha studiato in un collegio gerosolimitano aperto ad ogni etnia e religione e proprio lì, a Gerusalemme, nel quartiere di Beit Safafa, aveva deciso di risiedere e scrivere, rigorosamente in ebraico, non solo i suoi romanzi (Arabi danzanti, 2003 e E fu mattina, 2005, entrambi pubblicati da Guanda) ma anche articoli umoristici per il quotidiano «Haaretz» e i testi della sit-com televisiva Avodà Aravi (Lavoro da arabi), ponendo l’accento sugli stereotipi pregiudizievoli incarnati dal popolo arabo e da quello ebraico nonché sulle problematiche che gli arabi israeliani si vedono costretti ad affrontare quotidianamente. Ma dopo averci provato sul serio, Kashua ha gettato la spugna e, cogliendo l’occasione fornitagli da un anno di insegnamento di letteratura ebraica presso un’università dell’Illinois, ha deciso di trasferirsi con la famiglia a Chicago, ritenendo che nel suo Paese vi siano troppa tensione e troppo odio per farvi crescere i suoi figli. Tanto più che nel frattempo era scoppiata l’ennesima guerra di Gaza (2014), rendendo così ancor più insostenibile una situazione di mostruosa tensione politica, ideologica e psicologica come quella del sempre aperto conflitto israelo-palestinese. La traccia dei mutamenti (Neri Pozza) è una storia sull’odierna Palestina narrata dal punto di vista di un esiliato che torna a casa per dire addio al padre. E in queste pagine cariche di dolore e di smarrimento si rintraccia la delusione che ha spinto Kashua a gettare la spugna e a rinunciare al sogno, coltivato tanto a lungo, che fosse possibile una convivenza civile tra ebrei e arabi, rassegnandosi a una disconnessione anche fisica dalle proprie radici, perché “[…] la speranza è ormai dissolta”.   

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