La poesia di Patrizia Cavalli

Per definire la poesia di Patrizia Cavalli (1947), ruberò le parole del giornalista e scrittore Ruggero Guarini: una “mistura di erotismo e purezza, tenerezza e audacia, intelligenza e candore, futilità e saggezza, profondità e leggerezza, allegria e mestizia, passione e strafottenza, concretezza e grazia, accortezza e negligenza, serietà e buffoneria, sfacciataggine e delicatezza, gentilezza e brutalità, maturità e innocenza, fugacità ed eternità, esattezza e sprezzatura”. Nei suoi versi, la Cavalli si pone domande sulla condizione dell’essere umano, sul dolore e sul piacere, e lo fa con un linguaggio essenziale, quotidiano, privo di sentimentalismi e ridondanze. È forse questa parola così immediata e familiare che congela e spiazza il lettore, cogliendolo di sorpresa e costringendolo a guardarsi dentro.

Esseri testimoni di se stessi

sempre in propria compagnia

mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre

in ogni avvenimento fisico chimico

mentale, è questa la grande prova

l’espiazione, è questo il male.

 

Così schiava. Che roba!/ Così barbaramente schiava. E dai!/ Così ridicolmente schiava. Ma insomma!/ Che cosa sono io?/ Meccanica, legata, ubbidiente,/ in schiavitù biologica e credente. Basta,/ scivolo nel sonno, qui comincia/ il mio libero arbitrio, qui tocca a me/ decidere che cosa mi accadrà,/ come sarò, quali parole dire/ nel sogno che mi assegno.

 

Anche quando sembra che la giornata/ sia passata come un’ala di rondine,/come una manciata di polvere/ gettata e che non è possibile/ raccogliere e la descrizione/ il racconto non trovano necessità/ né ascolto, c’è sempre una parola/ una paroletta da dire/ magari per dire/ che non c’è niente da dire.

 

È tutto così semplice, sì, era così semplice,/ è tale l’evidenza che quasi non ci credo./ A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi,/ mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi.

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