Modulaar – L’intervista di Vivamag

Ore 21, Gallarate. Il punto di ritrovo è un locale in centro. Sono in perfetto orario, ma i Modulaar mi hanno anticipato e sono già lì ad aspettarmi. Rifletto un attimo e mi rendo conto che potrebbero non essere loro: nonostante abbia recensito il loro ultimo album non ho mai visto i loro volti, perché nella loro vita artistica indossano sempre delle maschere. Allarme rientrato. Mi avvicino e riconosco immediatamente la voce di Alessandro, il cantante del trio, che mi presenta Simone e mi informa che Marco non sarà presente all’intervista. Nonostante questo piccolo imprevisto, entro nel locale, posiziono il registratore e sprofondo in un comodo divanetto.

Partiamo della vostra ultima fatica discografica “Mulanje”: come è nato e come mai avete optato per un EP?

Alessandro: L’EP è nato da dalle canzoni che aveva preparato Simone e da altri pezzi che avevo lavorato in precedenza con Vik. Abbiamo centrifugato insieme il tutto ed è nata questa raccolta. “Mulanje” è il nome di un monte africano. Tutte le canzoni ruotano attorno a questa montagna, che è considerata dagli abitanti di quella zona, un monte magico.

Simone: Quando Alessandro ha scritto i pezzi, dopo le prime canzoni ci siamo accorti che c’era una storia e abbiamo raccontato questa storia in cinque brani. Aggiungere altre tracce non avrebbe avuto senso.

Un EP che ben si sposa con le atmosfere dei vostri lavori precedenti…

Simone: Questo monte rappresenta una storia simbolica, che racchiude tutti i capisaldi della nostra poetica musicale: sintetizzatori analogici, tecnologia, natura, folklorismo, percussioni, animali, geometrie.

Alessandro: É nato tutto in maniera spontanea e naturale. Abbiamo scoperto che queste canzoni avevano un filo conduttore che raggruppava tutti i nostri punti di riferimento.

É difficile descrivere questo album utilizzando un solo genere: sono presenti diverse influenze che sono state abilmente mescolate. Questa ricchezza a livello di sonorità deriva dal vostro passato musicale o è una precisa scelta stilistica?

Simone: Sicuramente c’è tutto quello che abbiamo acquisito musicalmente negli anni. Veniamo da altri progetti e altre esperienze che ci hanno dato la possibilità di suonare in molti posti e creare il nostro background.

Alessandro: Il nostro background è fatto di tante esperienze. Simone ascolta indie-rock, io vengo dal punk, il tastierista viene dal metal. L’unione di questi generi e sottocolture musicali, ha portato a costruire questo progetto. Anche dal vivo si percepisce questo aspetto. Non siamo il classico gruppo elttronico che rimane lì e suona…

Sul palco siete come dinamite

Simone: Se pensi al nostro sound ti vengono in mente: Kavinsky, Moderat, Apparat, Ellen Allien, Modeselektor, realtà musicali del Nord Europa, però allo stesso tempo ti rendi conto che stai ascoltando una canzone, che ci sono sotto le band punk, il pop, una struttura data da strofa e ritornello.

Alessandro: Senti una struttura ben definita. Un pezzo elttronico classico dura dieci minuti, non capisci quale sia la strofa, il ritornello, mentre noi abbiamo una struttura più da band e dal vivo traspare questo aspetto. Viviamo il palco più da band che da DJ. Quando suoniamo portiamo un set ritmico composto da tamburi, tom, e qualche altro strumento. Questo rende i live più coinvolgenti per il pubblico, che non vede un dj-set, ma della gente che suona.

Quanto è importante la componente visiva nella definizione del vostro stile?

Alessandro: La nostra intenzione è quella di raccontare una storia. Ogni canzone è una storia a sé. Abbiamo realizzato tre video e sono tutti e tre totalmente diversi. I primi tre video li abbiamo prodotti noi, per quanto riguarda Animals ci siamo avvalsi di un regista esterno. Nel video c’è un’ attitudine diversa, sperimentale, più concettuale.

Simone: Con Island in the Sky invece, abbiamo giocato un po’. Abbiamo trovato un B-movie italiano bruttissimo, penso il più brutto film prodotto in Italia, trash puro, talmente brutto da risultare affascinante. Lo abbiamo riadattato a un nostro pezzo perché ci piacevano i colori saturi e l’ambientazione post futurista di plastica con robottoni e mostri. In generale per noi l’immaginario visivo è fondamentale: mischiando un po’ di psichedelia, l’elettronica, le percussioni tribali, cerchiamo di rendere tutto questo a livello visivo.

Perché indossate delle maschere?

Simone: In questo progetto non volevamo apparire come tre componenti di una band. Non volevamo far focalizzare l’attenzione sulle nostre facce. Mettendo una maschera, che nasconde i lineamenti, cerchiamo di far immergere il più possibile la persona in un mondo. E questo aiuta anche noi ad entrare in quel mondo. Quando suoniamo non siamo più Simone, Alessandro e Marco, ma diventiamo Modulaar.

Alessandro: Inizalmente usavamo delle maschere di animali che abbiamo cambiato perché quelle che utilizziamo ora sono più neutre. Quello che vogliamo trasmettere è il messaggio musicale prima di tutto e il fatto di non apparire e di avere questa maschera così neutra, ci aiuta a far emergere maggiormente la musica e quello che facciamo sul palco. E secondo perché siamo vecchi (N.d.r. ridono!).

Come vivete il rapporto con gli anni Novanta? Siete nostalgici?

Alessandro: Dal mio punto di vista è un periodo che vivo con nostalgia. Mi sono approcciato alla musica che ascolto tutt’ora negli anni Novanta e, per quanto mi riguarda, in quegli anni lì sono usciti i maggiori successi: dai NOFX, ai Green Day, ai Foo Fighters. Per me è come un ritorno alle origini. Ritornare a quei suoni, a quella musica, mi fa sentire bene ed è per questo che abbiamo ricreato certe atmosfere nelle nostre canzoni. Se ascolti un nostro brano non sentirai un pezzo dei NOFX, ma i video, la ricerca dei suoni che rimandano a quel periodo, sono evidenti, anche se non scontati.

Simone: A parte il background musicale, io mi rifaccio a una questione culturale. Negli anni Novanta eravamo dei ragazzini e c’era la mitizzazione totale dei musicisti che vedevi in televsione su MTV. La musica aveva una grande importanza, questa cosa si è un po’ persa. Si è persa la cultura di fare musica fatta bene. Adesso con un cellulare si può fare un pezzo trap in 20 minuti, che fa un milione di visualizzazioni in due gironi. All’epoca c’era un approccio diverso.

Anni Novanta che avete esplicitamente omaggiato in “Back to the 90’s”, un video pieno di rimandi, citazioni, non solo musicali…

Alessandro: La cosa curiosa di quel pezzo è che ci è uscito spontaneamente, e senza farlo apposta ci siamo accorti che eravamo in un periodo in cui tutto quel filone anni Novanta era tornato di moda.

Simone: Quanti videogiochi sono stati riproposti in chiave moderna di recente? Dal Commodore 64, al primo Nintendo. La nostra canzone è un omaggio con la lacrimuccia a quello che vedavamo tutti i giorni

Avete qualche data del tour da annunciare ai vostri fan?

Simone: La prima data della stagione nuova è stata il 3 ottobre al Circolo Ohibò di Milano, in cui abbiamo suonato insieme a NOVE, che è il cantante solista dei Les Enfants. Il 31 ottobre, la notte di Halloween, suoneremo allo Slaughter Club di Milano e apriremo il concerto dei Nanowar of Steel. Il 23 novembre suoneremo al Circolo Gagarin di Busto Arsizio e il 31 gennaio allo Spazio 23 di Gallarate. Stiamo pianificando altre date per i prossimi mesi e abbiamo in programma molte sorprese.

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