My little underground: il (invero non tanto atteso) reboot.

Di Stefano “Monty” Montesano

Questo mese, dopo una abbastanza lunga assenza a) di cui non vi eravate accorti b) che avevate accolto con sollievo dovuta a) casini tecnici b) penuria di tempo c) penuria di dischi d) penuria di voglia e) ero stanco di recensire roba di cui non me/ve ne fregava un cazzo f) una combinazione di questi fattori g) non vi riguarda… comunque, ritorno a fare un fugace giro da queste parti per segnalare due o tre cosette degne di nota che si sono accumulate sul mio desco di autorevole censore ed arbitro del buongusto di quanti un dì poterono definirsi giovini.

Il primo manufatto si intitola “Pure at heart blues” ad opera di The Blues Against Youth. Dietro simile ragione sociale si nasconde in realtà un sol uomo che compone/suona/canta/percuote/fischietta tutto nello stesso momento ed in tutti gli episodi, eccetto dove indicato, del disco. I più perspicaci di voi avranno anche capito da vistosi indizi quali per esempio la parola “blues” messa due volte in copertina, altre due nei titoli delle canzoni, non le conto neanche più quante nei testi, che genere musicale frequenti il nostro amico, ma in generale non deve essere uno che ama molto le sorprese: nel disco c’è tutto ciò che dovete aspettarvi, a cominciare da un immaginario alcolico e puttaniere da localaccio francamente esausto, come pure i testi, lo stomping, i riff (Ora più blues, ora più country, ora più rockabilly, il più delle volte ambetré le opzioni senza che si noti chissà quale sterzata), molto in voga, per lo meno a sentire un po’ di robe uscite di recente (ma non troppo, per quanto mi riguarda l’ultima minchiata da hipster potrebbe benissimo essere la samba e ne sarei completamente ignaro, un po’ come un novello Giovanni Lindo mi sono ritirato a vita privata per coltivare la terra, scrivere le mie memorie e riversare sui giovani tutto il mio astio di laido vecchiaccio per il resto disinteressandomi completamente delle miserie umane, di qui le opinioni violentemente reazionarie e la prosa arzigogolata che i più avranno notate) o a guardare la programmazione dei locali della zona negli ultimi tempi (State pur sempre consultando la versione online di ViVaMag che diamine!) fra i più piccini quando praticano, con l’innocenza dell’età più verde, il rock’n’roll. Ma sinceramente a me smaliziato e cinico ascoltatore prossimo alla mezza età svezzato dalla Blues Explosion quando ancora voleva dire qualcosa e venuto su a pane ed In The Red quando ancora era faccenda che potesse preoccupare le associazioni di genitori quando preoccuparsi dell’educazione della propria prole era buona norma fra chi aveva scelto di fare il difficile mestiere del genitore, per usare un pallido eufemismo, questa roba provoca un certo qual senso di déjà vu. Peccato però, non ne volevo neanche parlarne male perché il disco è ben scritto, cantato, suonato e registrato, fila liscio dall’inizio alla fine (pure troppo) e se non si può dire che abbia qualcosa di brutto, mal fatto o fuori posto neanche si può dire che abbia qualcosa – la qualità della scrittura di un Langhorne Slim, la follia dei Deltahead o la volgarità di Bob Log III, la veemenza degli Immortal Lee County Killers – che lo sollevi dalla placida medietà tipo ala dissidente del PD che lo pervade da cima a fondo. Dal vivo magari spacca il culo chissà ma su disco non va oltre il caruccio. Produce Deer it yourself Records.

Mi giunge fra le mani la spartana confezione fotocopiata contenente il primo abominevole parto dei Baudelaire Cospiracy, formazione fiorita attorno all’omonima trasmissione in onda su una celebre web radio che saluto tanto caramente, dal titolo più che eloquente “Volevamo suonare indie rock, ma siamo zarri dentro EP”. A quanto dicono la cosa è al momento poco più che una goliardata fra amici e l’intento di oltrepassare a testa alta e senza remore le frontiere del kitsch è palese (Sono pur sempre figli di un tempo senza più ideologie dove la cassa in quattro è stata sdoganata perfino nelle più remote sezioni del PCI), ma a dispetto dell’orrido che per quanto volontario tale rimane devo ammettere che in almeno due frangenti mi sono sorpreso a tenere il tempo col piede sotto la scrivania. Apre le danze – e mai espressione è stata più appropriata – un RMX dei There Will Be Blood che è una mezza genialata che tramuta lo stomp del terzetto in una cassa quadra da dancefloor (Osando un po’ ed al netto delle cafonate di chiara derivazione dee jay time e coi suoni giusti se ne sarebbe potuto cavare un giocattolino finto acid house), “Sonnet d’automne” ha un bel riffone p-funk anni zero ma ha anche qualche influenza dubstep tipo video di youtube di gang di bimbi che zompa sui muretti (Lo chiamavano “parkour”) facendosi malissimo (Continuavano a chiamarlo “Parkour”) alle Bustecche e un flauto alla Jethro Tull tanto per fare i sostenuti che è la cosa più fuori luogo che potessero metterci, mentre “Alpine don’t need a vocalist” parte (svantaggiata, col titolo che poverina si ritrova) con un riffone di basso funk noise che averlo avuto ai miei tempi, ma poi rievoca, probabilmente in maniera involontaria, pessimi ricordi big beat (Una roba che ballavo quando non eravate ancora pelosi, uno dei momenti più bui della civiltà occidentale) che francamente non mi sembra il caso di rivangare. “Drum and bass Vs. Cardiff” ha una bella intro dubbante ma con quella trombetta allegrotta mi agita davanti tutti i fantasmi ska core della mia gioventù (Ah già, era quella la cosa più squallida di sempre, scusa big beat), pure “The Rapsody” ha qualche bella idea e non sfigurerebbe (non tantissimo almeno) in mezzo alle cose che ho sentito passare a Pop Corner, ma poi la fa fuori dalla tazza col ritornello balcanico/arabeggiante. Fosse per me li farei ingozzare di ultimi Clash, Pop Group, Slits ed in generale la roba fatta in Inghilterra dai punk convertiti al dub nei primi anni ottanta, Adrian Sherwood, Mafia Sound System e perché no un quintale di acid house primigenia, in definitiva credo che se i Nostri riusciranno a resistere alla tentazione di voler per forza stupire, sapranno snellire un po’ se non il frontman almeno i suoni e sapranno fare il grande salto reciderndo completamente ogni legame con le cose rock potranno conquistare il mondo e saranno cazzi.

I Veracrash sono in giro da un casino, hanno un nome, mi si conceda, veramente del menga e vengono spesso associati a tutta la compagine sempre più nutrita che si diletta di rock annisettantone un po’ stoner che a parte che non c’è cosa che più ha rottorcazzo è un errore perché i Veracrhash non sono gli ultimi arrivati e fra loro e la schiera di bimbiminchia che si fa le seghine coi Kyuss infatti c’è un abisso. La classe, il buon gusto, i buoni dischi negli scaffali e l’esperienza non sono acqua e sotto i ponti ne è passata parecchia dall’ultima volta che ho sentito un disco che provasse seriamente a fare del male, così tetragono e compatto e tirato e malevolo. E’ uscito da un bel po’ ma “My Brother the godhead” (Go Down Records) riesce comodamente a mettere in riga i pischelli di cui sopra massacrandoli nel loro stesso gioco ma poi si gira dall’altra parte per occuparsi dei fatti propri e sono scudisciate sludge tipo Melvins, Eyehategod con un po’ di Mudhoney e una punta di sensibilità postcore post Neurosis tipo Supernatural Cat, salvo poi dare a tutti una lezione non tanto di psichedelica moderna quanto di vita con “We own you, bitches”. E’ un disco lontano dall’essere originale ma neppure se ne preoccupa, non occulta le proprie ascendenze ma non ostenta estetiche retro. E’ un disco suonato e prodotto splendidamente proprio mentre si spaccia la sciatteria per scelta estetica, un disco che da il massimo sulla lunga distanza là dove si cerca la facile presa con mezzucci da due soldi, un disco dove c’è un lavoro di chitarre della madonna ma hanno il tatto di non sbandierarlo, un disco che merita di essere ascoltato e di esistere (La grafica, brutta fuori ma bella dentro) un disco proveniente da un altro continuum temporale dove non è finita l’epoca in cui in Italia girano band noise rock coi controcazzi.

Quattro belle canzoni. Né più ne meno. E’ quanto contenuto nel primo EP autoprodotto della Alphabetical Order Orchestra, nuova tappa della vita già peraltro costellata di successi con Papermill, il Fallimento e Taijga del nostro corrispondente dalla Scozia, che non avendo nulla da dimostrare a nessuno, forse stanco dei clamori della vita da rockstar sceglie per se un ruolo defilato rispetto al passato e suona la chitarra senza proferir parola. Non c’è uno spigolo in queste canzoni, tutto è morbido, tiepido ed accogliente. “Architect” lancia un timidissimo sguardo indietro verso la Sarah Records, ma è una cosa velata e probabilmente inconsapevole, “Corrections” sono i Pavement se fossero stati inglesi e privi della minima stonatura, “Supergods” sono degli Of Montreal meno pirotecnici, “Waves” bella canzone assolutamente da remixare subito (Pià cassa, più deep, presto!). Tutto bello, tutto al posto giusto, tutto cantato e suonato con grande misura, pure i cori dietro, un tantino troppo ciccipuccio per i miei gusti (Piace anche a mia madre e non ci voleva credere che c’è dentro uno che conosco) un disco intero così magari no ma quattro pezzi facili pure io se capita ma sì dai.

Per finire la bomba ovvero i Menimals, che a modo loro pure suonano blues ma sono su un altro pianeta, ma vuoi mettere. Ne danno una versione melmosa, morbosa, malata, più che dilatata direi in avanzato stato di decomposizione. Un sonno agitato infestato dagli stessi fantasmi degli ultimi Birthday Party prossimi alla dissoluzione, dei disturbatissimi Oxbow (Forse la pietra – tombale – di paragone più calzante), di certi paludosissimi Old Time Relijun, le marce funebri dei Love Life (Una formazione che ho adorato), una ninna nanna cantata ad un bambino morto dagli Harvey Milk. Dei Jesus Lizard macilenti con base a New Orleans ad inscenare uno psicodramma gotico, degli sgraziati Morphine catacombali con molta meno classe e molti più casini nella testa. Questo loro EP non restituisce il devastante impatto live della band ma rimesta nel torbido, mostra ferite infette con compiacimento artaudiano, scoperchia il cranio per mettere a nudo la nidiata di vermi che c’è dentro senza smettere di infierire, rigirando il coltello nella piaga, con le mani piene di sangue nero. Una delle cose più belle e nocive sentite da molto, molto tempo a questa parte e penso che posso pure sparire per un altro anno almeno. E’ un’autoproduzione e vale tutto lo sbattito (Che oggigiorno è comunque poco) che ci vuole per procurarsela. Nel peggiore dei casi chiedete a Mr.Henry.

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