Nero – Lust Soul

Artista: Nero

Album: Lust Soul

Etichetta: Autoproduzione

Anno: 2015

Voto: 7/10

Veterano dell’underground milanese in varie formazioni garage punk con vistose meches di glam in bilico fra deboscia newyorchese anni settanta e quella componente di fighetteria che inevitabilmente se sei di Milano e dici di fare rock’n’roll ti porti dietro. Nero approda al debutto solista con un CD che non porta insegne, insomma il recensore sprovveduto è portato a pensare che si tratti di un’autoproduzione, anticipato dal video tipo evento collaterale della settimana della moda di “Tomorrow Never Comes”.

Nero sposta le coordinate del proprio progetto portando un po’ in avanti nel tempo dalla fine degli anni settanta ai primi ottanta e ricollocandolo in territori più vicini alla dark wave inglese o se volete la new wave italiana che rifaceva quella inglese (in tal proposito la prima traccia una litania intitolata “Death in June” non potrebbe essere più esplicita) pur mantenendo un approccio sostanzialmente roccarrolla moderno molto minimale e stilizzato vagamente neo psych.

Il disco è tutto un florilegio di freddi riff molto vaporosi in bilico fra darkwave e shoegaze e batterie elettroniche anch’esse glaciali, coadiuvato da un’accurata produzione filologica ma non troppo. Il disco si divide fra episodi un po’ più sostenuti come  “I’m the Sin” che resa un po’ più pestona e paracula ha pure un certo potenziale danzereccio, oppure “Over my dead body” che ad un certo punto si scopre quasi disco-punk e pezzi un po’ più dark tipo arpeggio alla Cure su scheletri minimal wave (“In my Town” a spiccare fra queste forse perché mi ha ricordato certe micidiali ballatone degli Smashing Pumpkins, una bella canzone) con episodi lievemente eccentrici tipo il blues-wave anni ottanta un casino di “Bleeding”. Su tutto, quel cantato nasale disperatamente wannabe Iggy che sbaglia la mira e centra Brian Molko ( e vabbè dai).

C’è da dire che non amo particolarmente le batterie elettroniche, usate a mio modesto avviso a sproposito in “Spirits” che rischiava seriamente di essere un pezzo psych della maronna sull’asse Spacemen 3/Wooden Shjips (Peccato, peccato veramente) ma questo è un problema mio. Nel complesso il disco rimane forse un po’ penalizzato dal rimanere a metà del guado fra psichedelia minimale post White Hills e la dark wave da revival, ma forse non è neanche un difetto e da un songwriting ancora un po’ acerbo. Ma poi come fai oggi da un disco a dire se uno è ganzo o no, non gliene frega più niente a nessuno e sai quante volte gente che magari ha fatto un gran concerto poi ti vende il disco e non è davvero niente di che. Dicono che sia un effetto collaterale di tutti questi anni di download selvaggio. Vabè, comunque.  Il disco tuttavia un certo potenziale ce l’ha e anche se purtroppo manca di canzoni davvero memorabili  rimane una buonissima materia grezza per gli imminenti concerti. Che possono anche essere fighi, non mi stupirei più di tanto.

Stefano “Monty” Montesano

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