Omar Pedrini – L’intervista di VivaMag




La prendo larga: nel 1996 sperimenti per la prima volta un percorso solista. Infatti “Beatnik – Il ragazzo tatuato di Birkenhead” descrive molto bene il periodo della Beat Generation. Forse uno spaccato che ti rappresenta? Qual’è lo spunto compositivo di quel particolare disco?

Parlai di “Beatnik” ad Angelo Carrara, allora nostro manager e anche “mecenate” che mi disse “Omar, perché non lo fai visto che coi Timoria avete un anno sabbatico? Non ti fai male, non facciamo male a nessuno, la band è con te…”. E feci quel disco dove partecipano un po’ tutti. Anche i Timoria come ospiti (a parte Renga con il quale iniziavano i primi dissapori). Per cui è un disco significativo per tanti motivi, umani e artistici.
Ho potuto dare sfogo alla mia voglia di fare reading di dimostrare che anche le parole, le spoken word potevano essere inserite in un contesto rock. Ricordo che negli anni ’80, a Roma, una volta mi urlarono “A’ Gassman, canta!” perché recitavo le poesie. Ed io risposi dicendo (ma allora valeva, mentre oggi sarebbe ridondante) “Sarebbe più trasgressivo recitarvi delle poesie dal vivo, piuttosto che (perdonate il termine) tirar fuori l’uccello e toccarmi come Jim Morrison!”. All’epoca c’era Henry Rollins in America che iniziava a leggere durante i concerti. In Italia c’erano i Massimo Volume del mio amico Mimì. Io mi sentivo parte di quello stile. C’era quella vena letteraria fra tanti rockers. Inoltre ho potuto dare sfogo anche a “cose” indiane, visto che ero appena uscito dall’ashram indu; quindi ci sono canzoni con le sam, che sono un po’ dei mantra, con il sitar e con le tabla. Questo è l’humus, il contesto artistico e umano in cui è nato quel disco folle, che io registrai in quindici giorni, perché il budget era piccolissimo. Quindici giorni che sono raccontati molto bene nella mia biografia. Quando chiudemmo l’ultimo mix io ero in preda a delle allucinazioni da “non sonno” perché dormivamo a giorni alterni… però, quel disco folle, così strano, così incoerente, così schizofrenico, in realtà raccontava tutto me stesso. Per me era molto importante, perché mi ha tenuto vivo e ha permesso ai Timoria di fare ancora un paio d’anni, perché ho sfogato le mie cose lì e in qualche modo Francesco me lo ha permesso; non si è lamentato diciamo, e i Timoria han potuto fare “Eta Beta”, l’ultimo album della band.

Dopo un periodo “buio”, che fortunatamente ti vede forte come una roccia, torni con progetti molteplici, ma soprattutto differenti. A partire dal 2004 sei impegnato in collaborazioni televisive, cinematografiche e universitarie. Non ti sei fermato un attimo! Che ricordo conservi di quegli anni?

Di quegli anni ho un ricordo molto sofferto, molto strano, anche confuso; non sapevo bene cosa mi stesse succedendo. Mi sono risvegliato proprio nel 2004, dopo Sanremo. A Sanremo ci sarebbe dovuta essere la rinascita di Omar, quindi inizio il mio percorso solista con quel festival e vinco con il brano Lavoro inutile il premio come miglior testo. Quindi ero abbastanza soddisfatto di quel mio primo passo, anche se quando mi rivedo provo un po’ di tenerezza verso me stesso perché cercavo di andare avanti con un progetto anche se mi mancava la band. Il destino sembrava così clemente con me, in realtà dietro l’angolo c’era la prima caduta, il primo coma. Il primo colpo del mio cuore che mi avrebbe rivelato, a 35 anni, che avevo un grave problema congenito. Supero l’operazione (e avevo pochissime possibilità di farcela) ma ahimè la brutta notizia fu che non avrei più potuto cantare. Perlomeno mi dissero che non avrei più potuto fare concerti rock.
Non volevo mollare, ma il mio fisico non ce la faceva e allora mi sono detto che fosse il momento, visto che l’ho raccontato nei miei dischi, di essere coerente e di far diventare le difficoltà un’opportunità. E così feci: non potendo più cantare iniziai il percorso dell’insegnamento universitario, che ancora oggi porto avanti e che mi ha fornito l’autodisciplina. Dicono che ci sono animali da cortile, da voliera, io invece sono un animale da catena; è una terza categoria non contemplata. Per cui la mia malattia e l’università iniziavano a mettermi delle catene, una disciplina che nella mia vita fortemente irregolare non riuscivo ad avere. E studiare un giorno a settimana, per uno che comunque contemporaneamente cercava anche di disintossicarsi, era molto importante perché tenere la testa impegnata e raccontare delle lezioni a dei neo laureati o laureandi non è esattamente come alle scuole medie o alle superiori. Ti chiedono, devi giustificare, devi citare le fonti e infatti io imparo molto dai ragazzi, forse oggi che sono un “aspirante samurai” magari la disciplina imparo a darmela da solo.
Ma vado avanti all’università, perché senza che lo sappiano i miei allievi, io imparo molto da loro, dalle nuove generazioni. Forse è il segreto per mantenersi sempre attenti ai tempi che cambiano. Poi ho iniziato con il teatro, una passione che avevo già da tanti anni; ho esordito portando in giro una pièce di Dino Buzzati (credo nel 2001 o 2002) con Filippo Dal Corno, che mi volle in quella tournée. Da lì il passo verso il cinema: qualche apparizione come attore, con Pupi Avati e con Dario Migliardi. Ho scritto le colonne sonore e anche delle canzoni per parecchi cortometraggi e tre lungometraggi, perché appunto amo il cinema. Poi la televisione, per lo stesso motivo; mi sono inventato un format andato in onda su Rai 5 (N.d.r. “Rock e i suoi fratelli”), un programma seminale perché quando lo feci, 7 o 8 anni fa, era davvero il primo dove poter raccontare che le canzoni sono più importanti di noi cantanti. Perché i cantanti passano mentre le canzoni restano. Andavo alla ricerca degli autori, non dei cantanti. Un programma che come capirai oggi ha diversi epigoni, non dico imitazioni, perché non sono presuntuoso di natura.

Cinque dischi, una raccolta (“La capanna dello Zio Rock”), tanti live e la voglia di imbracciare una chitarra, sempre e comunque. Questa è un po’ l’immagine, l’icona che noi tutti abbiamo di te, o forse ti abbiamo cucito addosso. Scrivere testi, comporre continuamente ti rende consapevole della tua crescita professionale?

Mi fa piacere, quella è l’immagine che io ho di me stesso e ognuno di noi cerca, credo. Al mattino si sveglia si guarda allo specchio e cerca di assomigliare all’immagine che ha di sé stesso, quello penso sia il compito di ogni uomo, di ogni persona, di ogni essere umano. Bella la seconda parte della domanda, caspita! Io son chiuso appunto nelle urgenze. Le canzoni che mi chiamano e mi dicono “devi compormi, tirami fuori di qua, salvami!”. E io le scrivo, mi arrivano e questo mi isola un po’ dal mondo, cioè dal mio mondo, dall’Omar artista, faccio fatica a vedermi dall’esterno, quindi probabilmente essere sempre impegnato in questo non mi permette di capire la mia evoluzione. Seguo il mio istinto e le mie urgenze: se ho voglia di fare una cosa a teatro, faccio di tutto e la faccio, non mi chiedo cosa sarà della mia carriera. Ti confesso che per la prima volta col tour di “Viaggio senza vento”, mi rendo conto di qualcosa che ho fatto nella mia carriera. Non mi sono mai reso conto che questo disco fosse così importante; so ovviamente del successo, del fatto che fosse stato il primo disco d’oro dell’Indie rock italiano degli anni ’90, che ha dato fiducia a un movimento, ma io quando leggo “pioniere” rido un po’ di me stesso perché se sapessero che ero un “pirla” di provincia e un po’ disadattato, perché ne combinavo di tutti i colori, sempre in guerra col mondo e con la società. Per me già fare un disco era una figata! E quindi, oggi sono contento vedendomi dall’esterno attraverso gli occhi della gente che viene a vedermi, dei giovani che non hanno mai visto quel tour, dei vecchi fans che son tornati.

Da fan degli Oasis, ero presente nel 2015 a Milano quando ti sei esibito prima di Noel Gallagher, cantando Un gioco semplice: versione tradotta di Simple game of a genius. Come nasce questo feeling musicale fra voi due?

Anche io sono un grande fan degli Oasis! Noel l’ho incontrato grazie ad Andrea Dulio, mio attuale Manager. Negli anni ’90 il mio orecchio era rivolto a Ovest, a Seattle, perché era lì che c’erano le cose nuove. La mia amata Inghilterra dopo il grande pop inglese stentava un po’. Invece, inaspettatamente, da Manchester ti esce questa cosa che per qualcuno era già sentita (perché si parlava di Beatles) ma invece io dicevo “si sente che sono i figli dei Beatles, ma lo sono anche degli Who, di Paul Weller e dei Jam…”. In tanti sono “figli dei Beatles” in Inghilterra, però gli Oasis hanno il sound contemporaneo e probabilmente le melodie giuste. Scrivila tu Wonderwall o Don’t look back in anger! Quindi ritengo Noel uno dei più grandi compositori pop del mondo. Mi piace soprattutto il Noel autore, cosa che oggi è testimoniata dai suoi dischi solisti, rispetto a quelli di Liam che invece amo per la voce e per il personaggio. Però Liam mostra, tra i limiti di non saper scrivere, di non avere autori all’altezza di Noel. Noel se la cava perché scrive, sperimenta e non si ferma. Penso in qualche modo di essere simile a lui e vorrei assomigliargli. Ricordo in un camerino a Firenze, dopo un suo concerto, chiacchieriamo e scopriamo che siamo nati a poche ore di distanza: stesso mese, stesso anno. Io il 28 maggio del ’67 e lui il 29 maggio del ’67. Gli ho detto “mentre nascevamo noi i Beatles pubblicavano ‘Sergent Pepper’s Lonely Hearts Club Band’. E’ una delle settimane più belle della storia”… Gli sono stato subito simpatico. Ci siamo salutati dicendo “l’anno prossimo festeggiamo il compleanno insieme!”. E così è stato: mi sono arrivati gli inviti alle partite del Manchester City quindi gli ho portato la sciarpa degli ultras Brescia. Con Noel si parla di calcio, non ama parlare di Musica. Poi, grazie ad Andrea (N.d.r. Dulio), salta fuori questa canzone Un gioco semplice che i giornalisti hanno scritto che è una versione in italiano del pezzo di Noel. Permettimi di dire che è un po’ banale raccontarla così. In realtà Simple game of a genius è un brano uscito soltanto in Giappone come b-side di un 45 giri del primo disco solista di Noel. E io gli chiesi di quella canzone dicendo “è un capolavoro psichedelico!”. Ci sono dentro le influenze degli Oasis ma ci sono anche i Pink Floyd e i Beatles psichedelici. Lui (non l’ha fatto con nessuno al mondo) mi ha dato questa canzone alla quale ho fatto il testo in italiano. Praticamente un inedito, sarebbe giusto chiamarlo così. Per sincerità, da coglione quale sono, ho raccontato che fosse uscito in Giappone, come b-side, per attirare un po’ di attenzione rispetto al mio progetto. Invece non l’avessi mai detto, quasi tutta la stampa italiana è uscita dicendo “la versione italiana di un brano di Noel”, che in realtà nessuno aveva mai sentito in Italia. Con Noel è nato questo bel rapporto. Abbiamo un’altra passione in comune: quella per Neil Young, quindi quando suono con lui faccio sempre Hey hey, my my, perché so che gli fa piacere e magari lui, in camerino, la sente e gli strappo un sorriso. E’ un uomo sempre molto concentrato e poco disponibile al “cazzeggio”. Quando lo fa però è straordinario.

Restando in tema di collaborazioni, con chi scriveresti un album e chi vorresti partecipasse ai tuoi progetti futuri?

Devo dire che mi son tolto tante voglie, sono e lo ripeto, un ragazzo fortunato. Innanzitutto perché sono ancora vivo e non mi sento sfortunato ad avere una brutta malattia, ma son fortunato perché me la cavo… quasi sempre! (N.d.r. ride). Nell’ultimo disco ho scritto una canzone con Ferlinghetti, il papà della Beat Generation; la sua prima canzone nella storia, credo. O Ian Anderson, dei Jethro Tull, che fa un assolo da pelle d’oca in Angelo ribelle (che poi sarà il titolo della mia seconda biografia). Come ti ho detto prima ho cantato anche un brano di Noel Gallagher, che ritengo uno dei più grandi autori della storia del rock. Mi son tolto tante soddisfazioni: Jodorowsky, Maroccolo, Finardi, Pagani… Ricordo le collaborazioni con i 99 Posse e con gli Articolo 31. Con Bertrand Cantate dei Noir Désir, nacque una collaborazione che finì anche su disco e live. Aprivamo loro in Francia e loro qui in Italia, grazie a Giorgio Canali e Gianni Maroccolo. Per cui, di collaborazioni ne ho fatte davvero tante.
Stavolta vorrei che la collaborazione fosse con un bravo produttore. Sento la necessità di essere “visto” da qualcun altro dall’esterno. E spero che succederà nel prossimo album, che ho rimandato, perché volevo fare Viaggio senza vento, ci tenevo fortemente a fare questa tournée al grido de “il capitano lascia per ultimo al nave!”. E questo mi ha dato tanta forza e tanto coraggio e son felice di vedere che il pubblico stia rispondendo in una maniera inaspettata e clamorosa!

Cosa ascolti in questo periodo? C’è qualcuno che ti piace particolarmente? Pensi che esistano ancora delle band, nate come voi, che abbiano davvero voglia di raccontare qualcosa con quella grinta propulsiva che caratterizzava gli anni ’80?

Eh, “cosa ascolto in questo periodo?” è un una minaccia per me! Ricevo tantissime cose da ascoltare, sia sulla mia pagina Facebook che dopo i concerti (ho sempre 3 o 4 cd di nuovi artisti, in borsa). Purtroppo finisco le serate tardi e le mie orecchie han bisogno di riposarsi perché sono due ore e mezza massacranti per i miei timpani. Non cedo alle cuffiette da “cantante italiano” (N.d.r. le ear monitor) che fanno tanto figo… io non le sopporto perché mi perdo il pubblico e lo sapete quanto è importante per me.
Per cui ho dei problemi ad ascoltare tanti album: ho un timpano sordo al 20% e la diagnosi del medico dice che è un “trauma da fonte sonora”. Mi hanno chiesto se lavoravo col martello pneumatico e ho risposto che la mia Gibson e il mio Marshall sono più di un martello pneumatico. Quindi, ascoltare diventa una minaccia… A volte lo faccio per dovere, perché insistono. E anche qui ti rispondo schiettamente: quando mi vado a cercare delle cose mi piace andare a cercare delle cose particolari. Da un po’ di anni è emerso il fenomeno Indie, che voglio seguire perché voglio aggiornarmi, perché voglio capire i ragazzi di oggi. Le nuove generazioni. Ho voluto andare a cercare anche la loro musica, quella che i miei colleghi rockers snobbano e ho trovato inaspettatamente delle cose molto interessanti. Credo che la forza delle canzoni indie sia la leggerezza, perché oggi c’è davvero bisogno di essere leggeri. Negli anni ’90 guai se facevi un testo “leggero”, d’amore: venivi preso a pietre in testa. Penso a Calcutta o ai Thegiornalisti, artisti che hanno valore. Sono bravi, mi piacciono, anche se a me manca la “botta”, mi manca il rock. Non posso nasconderlo. E’ più facile dire cosa non è rock piuttosto che raccontare cosa sia! Come quando chiesero a Michelangelo, cosa fosse il David, posso risponderti allo stesso modo: posso dirti cosa non sia rock. E’ la pietra che tolgo dal masso per fare il David… lo stesso è oggi.
In questo mondo Indie, al di là appunto dei “giganti” che ti ho citato, mi piace un po’ il cantautorato, che è tornato. Questo nuovo modo di cantare un po’ De Gregori, un po’ Fossati che c’è nei nuovi cantautori italiani, non mi dispiace. Dal mio amico Brunori in giù, perché lui forse è la punta di questo iceberg cantautorale ed è bravissimo, gli voglio anche bene.
Ho trovato un artista che mi piace molto che si chiama Frà Quintale e, ironia della sorte, è cresciuto nel mio quartiere, un quartiere molto difficile di Brescia; quindi gli voglio bene anche un po’ da fratello maggiore, un po’ da zio… cerco di dargli qualche dritta, anche se non ne ha bisogno perché ha dei produttori bravissimi. Lui ha dei testi, delle immagini che mi ricordano il primo Vasco Rossi. Vediamo se ti ho detto la cazzata del secolo o se ti ho detto una cosa vera (ride). Ai posteri l’ardua sentenza. Mi piace anche Colombre. Ci ho fatto un concerto assieme ad Arezzo quest’estate. Ora ci “seguiamo” sui social e ci scriviamo messaggi. E’ un artista eccezionale, mi piace molto lui e mi piace anche la sua fidanzata Maria Antonietta che è molto brava e l’ho scoperta con lui. Quindi, ripeto, ci sono delle cose molto interessanti oggi, anche se appunto il gruppo giovane che preferisco in Italia sono i Verdena. Rimango legato a quel sound anni ’90, che ho cercato di evolvere negli anni, passando dall’Inghilterra, passando un po’ dal cantautorato, perché adesso mi vedo cantautore rock.

Melo Sarnicola

(Si ringraziano Stefano Morandini di Tube Agency, Salvatore “Zazy” Marotta per gli scatti fotografici e Lucia Santarelli per la collaborazione redazionale.)

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