Perché invece di parlare male della Trap dovresti semplicemente ignorarla




Non so voi ma, di frequente, mi capita ancora di imbattermi in infiammati post sui social contro questo o quell’artista Trap. Discussioni nelle quali amici e conoscenti riescono a dare il peggio di sé nei commenti improvvisandosi, in ordine più o meno casuale, musicologi, sociologi, grandi storici della musica e talent scout.

Il punto, molto spesso, si muove attorno ad un simpatico “ai miei tempi” o “negli anni’90” e via discorrendo. Il decennio citato viene scelto in base all’età anagrafica di chi commenta e viene descritto come l’eldorado della musica di qualità ovviamente fatta per passione e cresciuta con una sanissima meritocrazia.

A questo punto mi spiace deludere specialmente i millennials perché i miei anni’90 non sono stati tutto grunge, hard rock e punk. Non capitava spesso che suonassero sotto casa i Pearl Jam e molte grandi band la tappa italiana non la inserivano nemmeno nel tour europeo.

Certo i concerti costavano meno rispetto ad ora, ma la realtà anche nella moderna Lombardia era fatta di pochi grandi locali e di una miriade di posti (o meglio “postacci”) improvvisati live pub/club dove si esibivano principalmente artisti brutta copia della decade appena passata (non sapete quanti capelli cotonati ho visto dal 1991 fino a quasi il 2000).

Fatta questa parentesi, giusto per smorzare gli entusiasmi dei miei coetanei o giù di lì, vorrei ricordare che nel 1991 è vero che usciva Nevermind dei Nirvana ma usciva anche Malinconoia di Marco Masini.

E arrivo finalmente alla questione Trap chiedendovi: ma perché questo odio verso Sfera Ebbasta e soci? Vale davvero la pena perdere tempo e rubare spazio ad altro? Secondo me no.

In tempi “digitali” come questi non è una buona strategia parlare (anche male) di quello che non apprezziamo. Perché? Perché le keywords e gli spazi web sono diventati forse troppo importanti e concorrono alla popolarità e alla visibilità di un’artista (ops! io l’ho appena fatto!). Caratteristica, questa della visibilità mediatica, ben distante dai concetti di “qualità”, “contenuti” e via discorrendo…

E inoltre guardare gli ascolti di un trapper su Spotify in un certo senso non fa più molto testo ormai. Perché? Perché tolta una buona percentuale di ragazzi che ossessivamente fanno play “a loop” sui loro brani preferiti (ormai la musica è soltanto liquida per queste generazioni) il resto sono quelli che si chiedono “chi è questo di cui tutti quanti parlano male?”.

E in questo modo crescono le visualizzazioni e di conseguenza cresce anche la popolarità (poi succede che una band con un milione di ascolti del loro singolo faccia un concerto per venti paganti… ma è un’altra storia).

Quindi perché non impiegare il nostro tempo per parlare solo della musica che ci piace? Non mi pare brutta come idea…

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