Poesie sacre e profane – John Donne




Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne (1572-1631) è considerato il maggior “poeta metafisico” inglese, alla continua ricerca del perfetto equilibrio tra la passione e l’intelletto. Educato al Cattolicesimo dalla madre, da adulto si convertì alla religione anglicana e si dedicò alla carriera religiosa. Donne visse in un’epoca di incertezze, in cui i dettami del pensiero medievale si scontravano con le nuove scoperte che accompagnarono la Rivoluzione Scientifica. La stessa inquietudine si percepisce nei suoi versi. Con un linguaggio aspro e contorto, con metafore e proposizioni avversative che destabilizzano il lettore, Donne attinge da ogni campo dell’esperienza, sia che si tratti di pensiero astratto che di concretezza. Filosofia, religione, amore, pessimismo, esistenzialismo, meccanica, chimica, geografia, politica e astronomia sono tutte tematiche e sentimenti che finiscono nel “calderone” di John Donne.

In verità mi chiedo, che abbiamo fatto / tu e io prima di amarci? / Non eravamo ancora svezzati? / E suggevamo rustici piaceri come infanti? / O alla grossa dormivamo / nell’antro dei sette dormienti? / Fu così. Tranne questo, / ogni altro piacere è fantasia. / Se mai bellezza vidi, / che desiderai, e che fu mia, / fu solo un mio sognarti./ E ora buongiorno alle nostre due anime / che si svegliano e si guardano / l’un l’latra, non per paura, / perché amore, amore d’altre viste esclude / e fa di una stanzetta un ogni dove. / Lasciamo ai naviganti i nuovi mondi. / Lasciamo ad altri anche le carte – / mondi su mondi hanno mostrato. / Teniamo un mondo solo noi che abbiamo / il nostro proprio mondo, e un mondo siamo. […]

Caro amore, / per niente al mondo, solo per te, / avrei spezzato questo sogno beato, / era tema per la ragione, / troppo forte per la fantasia – / fosti saggia a svegliarmi, e tuttavia / il mio sogno tu non spezzi, lo continui. / Tu così vera. / Il pensiero di te basta / a far dei sogni verità, delle favole storia. / Viene tra le mie braccia. Poiché ti parve meglio / ch’io non sognassi tutto il mio sogno, / viviamo il resto. […]

[…] Ma fatto ciò qualcuno, / per esibire la sua arte, la sua voce, / mette in musica canta il mio dolore. / Per dilettare i molti libera di nuovo / il dolore che nel verso era frenato. / Al dolore all’amore / la poesia si addice – / ma che non sia piacevole da leggere. / Dolore e amore entrambi / sono accresciuti da questi canti, / il loro trionfo è fatto così pubblico. / E io che due volte pazzo ero, / tre volte pazzo sono. / Chi è solo un poco saggio, è il pazzo vero.

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