Quando Busto Arsizio era la Piccola Manchester


IL MUSEO DEL TESSILE E DELLA TRADIZIONE INDUSTRIALE

di Giuseppe Morreale

L’ex Cotonificio Bustese, uno degli opifici più illustri del passato, custodisce la memoria cotoniera della “Piccola Manchester”, come veniva chiamata Busto Arsizio all’epoca d’oro dell’industria tessile. Dopo la seconda metà dell’Ottocento la città si era sviluppata proprio grazie alle grandi fabbriche tessili ed a tutto l’indotto che vi ruotava intorno, contribuendo alla ricchezza della Lombardia e dell’intera Nazione. Qui avevano fatto fortuna, dando lavoro a migliaia di operai, grandi famiglie di imprenditori: i Tosi, i Candiani, i Milani, i Crespi, i Pozzi ed altri ancora, senza dimenticare Enrico Dell’Acqua, detto il “principe mercante”, che aprì la strada dei mercati esteri ai prodotti cotonieri italiani.

Ne ebbero particolare vantaggio le industrie del distretto tessile: Gallarate – Busto Arsizio – Legnano. Carlo Ottolini fu uno di questi pionieri. La sua azienda iniziò l’attività nel 1887 in un’antica casa a corte che si trovava nella cintura industriale nata intorno al vecchio borgo nella seconda metà dell’Ottocento, in quella che allora veniva chiamata la circonvallazione dei Re Magi. Quando le industrie tessili si svilupparono e divennero fabbricati di grandi dimensioni, gli imprenditori, oltre a dare funzionalità e un certo livello di sicurezza ai nuovi edifici, vollero che fossero concepiti secondo un’estetica architettonica (classico, medioevale, liberty) che esprimesse la potenza economica e sociale della loro famiglia. La tessitura di Carlo Ottolini, divenuta poi Cotonificio Bustese con il passaggio ai nuovi proprietari Tognella e Shapira, fu disegnata dall’architetto Camillo Crespi Balbi in uno stile che riconduce al gusto medioevale. E’ un’imponente costruzione in mattoni a vista, alleggerita da grandi finestroni ad arco acuto con aperture monofore e bifore. Sulla facciata principale, il parallelepipedo è sovrastato ai due lati da due torrioni merlati con finestre trifore. Un edificio sontuoso che, dopo il declino del tessile negli anni Settanta, è stato acquistato dal Comune per destinarlo, come si diceva, a conservare la memoria di un’epoca di  lustro e benessere per la città. Alcuni capannoni sono stati demoliti ricavando una vasta area lasciata a verde pubblico. Nel magnifico esemplare di archeologia industriale sono state invece raccolti macchinari e documenti dell’era tessile. Il 30 gennaio del 1997 l’Amministrazione comunale inaugurò ufficialmente “Il museo del tessile e della tradizione industriale”, che occupa i tre piani dell’edificio, mentre le due torrette sono dedicate una alla fotografia dell’Ottocento, l’altra al Calzaturificio Borri, altra gloriosa azienda bustocca. Il percorso della visita inizia al piano terra dove si incontrano gli attrezzi più antichi per filare il cotone, quindi roccatrici, dipanatici, aspini in legno per raccogliere il filato in rocche, antiche cardatrici, telai a mano. Sono presentate e descritte le varie fasi per la produzione delle stoffe, dal seme di cotone al tessuto. Si resta stupiti dinanzi ai grandi telai industriali risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, alle calandre utilizzate per lisciare e stirare il tessuto, affinarlo alla vista ed al tatto, alle felpatrici, alle garzatrici, alle buttle per il finissaggio. Il primo piano è dedicato all’evoluzione del jacquard,  dai primi telai meccanici a quelli governati da sistemi elettronici ed informatici. Alcune vetrine ricordano importanti aziende del settore: Cotonificio Bustese, Cotonificio Venzaghi, Cotonificio Giovanni Milani e nipoti, con uno spazio privilegiato per Enrico Dell’Acqua. E c’è anche la “sala delle esperienze”, dove visitatori e scolaresche possono apprendere e sperimentare le varie fasi di lavorazione del cotone, fino allo stampaggio dei tessuti. La storia continua al secondo piano, con la tintoria e la stampa del tessuto. Alcuni blocchi di legno della Zucchi Collection, la più vasta collezione del settore, offrono l’idea di come si eseguisse la stampa a mano su tessuto. Sullo stesso piano, una sala con due grossi box di vetro dove sono esposti capi ricamati della “schirpa”, il corredo delle spose nell’Alto Milanese, vestitini per neonati, un letto, due culle, una macchina da cucire Singer ed altri preziosi indumenti e biancheria per la casa di tanti anni fa. Ma il tessile non ha fermato la sua evoluzione. In mostra anche le fibre chimiche più attuali, utilizzate nell’industria, nell’edilizia, nel trasporto, in aeronautica, in marina, in campo medico-chirurgico come in quello automobilistico. A darne atto,  un sedile della Llotus Type 106 di F1 utilizzato da Mika Hakkinen ed una tuta autografata dell’astronauta Franco Malerba. Il museo si può visitare dal martedì al sabato, dalle ore 15 alle 19, la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19. L’ingresso è libero.


 

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