“Sala prove” – Uniposka e la Skaverna

Più che raccontare un aneddoto capitato nelle ore passate tra sudore, miliardi di sigarette, birrette, insulti, abbracci e la voglia di creare musica, quello che voglio ricordare è la storia della nostra sala prove e di come col tempo è cambiata insieme a noi.

Facciamo parte di quella élite di fortunati musicisti con un componente del gruppo che possiede una stanza di casa vuota che viene subito invasa da amplificatori e strumenti. Credo che il far parte di questa élite ci abbia permesso di continuare a suonare per così tanto tempo visto che eravamo studenti squattrinati e non ci saremmo certo potuti permettere l’affitto di una sala prove.

La nostra sala era una cantina di un ex-convento ristrutturato e ora abitato. Facevamo le prove in una cripta. In pratica ora che ci penso “ska-reggae da una cripta”. Avevamo deciso di dare un nome alla nostra sala prove, per sentirla ancora più nostra come un vero e proprio componente della band: “La Skaverna”.

“La Skaverna” è bassa, con volte in mattoni a vista, pareti spesse, un calorifero, due bocche di lupo, pavimento in klinker e un paio di scaffalature in legno chiaro di tipo Ikea lungo le pareti.

Il primo passo per renderla una sala prove è stato svuotarla dalle classiche cianfrusaglie che si accumulano in cantina, rinfrescare le pareti, creare una pedana in legno per sollevarci dal pavimento umido e colorare l’unico pesantissimo calorifero in ghisa di giallo (così, per dare tono alla stanza).

Sparsi vecchi tappeti qua e là, credendo che in qualche miracolosa maniera potessero migliorare l’acustica, abbiamo montato la batteria, disposto gli amplificatori e cablato i microfoni su aste a giraffa distrutte e tenute insieme da grovigli di nastro adesivo.

I cavi strisciavano ovunque e si suonava appiccicati. Dopotutto è pur sempre una cantina e noi nella band siamo pur sempre in nove.

Con il passare del tempo la stanza si è riempita di oggetti carichi di memoria che hanno segnato la nostra storia. Le pareti si sono colorate dei poster dei nostri concerti e penzolante da una applique dietro la batteria svettava l’unico reggiseno che ci è stato lanciato sul palco in più di dieci anni di carriera (gran concerto quello, reggiseno a parte).

Tra i poster, affissi ad indelebile memoria della nostra ribellione, la fotocopia di una sentenza di qualche anno fa per una denuncia per disturbo alla quiete pubblica (tranquilli, siamo stati assolti).

Tra gli oggetti più comuni della Skaverna c’erano (sempre e sparsi senza ordine), bicchieri e vassoi con impressi noti marchi di birra. Ogni tanto ne compariva o spariva qualcuno di nuovo. C’è stato anche uno di quei tappetini in gomma da bancone per non sgocciolare (ma non ho mai capito come ci fosse arrivato).

Ad un concerto c’è stata regalata una chitarra elettrica di qualche sottomarca di una sottomarca. E’ rimasta appesa alle pareti con l’intenzione di farci un live veramente estremo e al culmine spaccarla e incenerirla. Non siamo mai stati così punk per farlo e un po’ ci piangeva il cuore a distruggere quel regalo.

Su una delle scaffalature per tanto tempo ci è rimasto appoggiato un Budda in ceramica, raffigurato nella sua canonica posa e con la tipica aria di chi ha raggiunto il nirvana. Osservava silenzioso e severo le nostre prove trasmettendo tranquillità dal suo ripiano impolverato. Durante uno smontaggio della Skaverna, per raggiungere chissà quale palco, qualcuno lo urtò e si ruppe in due. Leggenda narra che da quel momento incomba su di noi una maledizione eterna (ed io nel profondo un po’ maledetto mi ci sento). Accanto a lui, l’unico premio vinto nella nostra storia: un trofeo con base e struttura in vetro con inciso il nome del concorso e UNIPOSKA in caratteri cubitali (ebbe la stessa sorte del Budda, lo stesso giorno).

Vari generi alimentari sono passati per gli scaffali in legno. I più memorabili sono una latta di passata di pomodoro e uno yogurt di quelli da bere, retaggio del nostro tour in Europa, partito dal Belgio già scaduto.

Per un periodo e per una mistica ragione irrisolta, la fede invase la nostra sala prove. In ogni anfratto e cassetto comparivano qua e là dei piccoli Gesù bambino fluorescenti, poco più grandi di un accendino Bic, che allo spegnere delle luci si accendevano con aura divina.

L’oggetto di punta della Skaverna però era un dono ricevuto da una coppia di amici al ritorno da un loro viaggio in Normandia. Ci regalarono una bottiglia di Calvados, un liquore derivato dal sidro di mela. Noi ne fummo contentissimi ma decidemmo di non berlo subito e di conservarlo per un’occasione di quelle davvero importanti (per esempio per il primo di noi che si sposasse o avesse un figlio o eventi di questo tipo). È ancora li ma non più integra. Una sera uno di noi (non farò nomi ma chi ci conosce sa di chi sto parlando) al rientro da una serata ubriaco ma non troppo per possedere ancora un briciolo di bramosia per altro alcool aprì la bottiglia bevendone un terzo. Così facendo infranse la promessa nella speranza che nessuno se ne accorgesse.

Questa era la nostra Skaverna. In questo momento i sentieri della vita ci hanno allontanato da lei e da quei tesori ed è tornata ad essere una cantina come tante altre. Ma in cuor nostro sappiamo che anche lei non si è mai divertita tanto come quei giorni in cui le sue pareti vibravano con il nostro ritmo in levare.

R.V.

Un pensiero riguardo ““Sala prove” – Uniposka e la Skaverna

  • 5 Maggio 2020 in 17:04
    Permalink

    Ma quante emozioni e quanti ricordi rivivono nella Skaverna! Esperienze irripetibili della vostra vita che la cripta ha racchiuso.. ho rivissuto anch’io, leggendo il post, quel bellissimo tempo che, in una piccola frazione, ho condiviso con voi.. Ad Maiora ragazzi!

    Risposta

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