The Struts – Firenze Rocks 2019 – Live Report




Sono da poco passate le 17 e il pit del Visarno, è invivibile da almeno un paio d’ore. Nemmeno l’idropulitrice formato “Cannoni di Navarone”, verso la quale ci dirigiamo come Zombi in pellegrinaggio, riesce a rinfrescarci a dovere. Mentre calcoliamo un’improbabile Break Even Point, valutando l’effettivo rischio di svenimento, rapportato al costo medio di una bottiglietta d’acqua, sale sul palco la cosa migliore che sia capitata al Rock ‘n’ Roll negli ultimi 10 anni: The Struts.

Permettetemi di essere un po’ più provocatorio del solito nell’affermare con assoluta certezza che, escluso l’headliner Eddie Vedder (di cui parleremo in altra sede), il quartetto inglese sia stato il vero protagonista di questa giornata del Firenze Rocks. La band di Kiss This, ha letteralmente incendiato un pubblico inizialmente prevenuto, dimostrando quanto ci manchino rockstar di un certo tipo. Scintillante, vocalmente perfetto, eccessivo e costantemente sorridente, il front man Luke Spiller, è l’ideale mutazione genetica fra Freddie Mercury e Mick Jagger, un qualcosa che attendevamo da almeno un decennio.

I quarantacinque minuti del set dei The Struts, si sono dimostrati davvero impegnativi, sia per il pubblico che per la band, inguainata in abiti improbabili. Le prime battute di Primadonna Like me, scaldano gli animi già bollenti e la polvere, inizia ad alzarsi sospinta dai salti di alcuni timidi fan. Uno dopo l’altro, la band inglese, ci spara in faccia quei brani killer che da almeno un anno sentiamo per radio, senza mai essere mai riusciti a dar loro un titolo o un autore. Kiss This e Body Talks, travolgono le prime quattro file, già provate da ore di attesa e caldo, concedendo loro un salvifico colpo di grazia. Dopo una manciata di brani, lo scetticismo delle settimane precedenti la loro esibizione, scompare del tutto e su In Love with a camera, ogni resistenza viene meno. Luke Spiller, ora, può disporre di noi come meglio crede e trascina la folla, con un carismatico repertorio di mosse aggraziate e giochi vocali a noi noti. Ai The Struts, tuttavia, si rimprovera spesso la scarsa originalità nelle composizioni e il doloso intento di nascondere dietro al velo del revival, una vile mancanza di talento. Un giudizio tagliato con l’accetta e a tratti superficiale, che viene spazzato via dal boato di disappunto dell’intero Visarno, quando la band annuncia Could Have been me, come ultimo brano dell’esibizione. L’inno da stadio estratto dal loro album d’esordio, è l’ideale conclusione di un concerto micidiale ed incredibilmente coinvolgente, dal quale Luke Spiller, si commiata con un lapidario “Remember the name: The Struts”. Più che un invito, il saluto del front man, sembra essere una provocazione nei confronti di chi da mesi sostiene che The Struts, siano un semplice temporale estivo, di cui non avremo alcun ricordo nel giro di qualche anno.

Al netto di insindacabili gusti personali, è innegabile comunque, come la band di Derby sia la realtà più eccitante di un panorama rock, bisognoso di ossigeno, strozzato dalla morsa dei talent e di declinazioni di genere, inutilmente radical chic.
Quello resta al termine di questa cavalcata glam, è un ph della pelle irrimediabilmente compromesso e un paio di scarpe impolverate ormai da buttare, ma non solo. Nel farmi rapinare allo stand della birra, non ho potuto far altro che notare il sorriso delle persone attorno a me, entusiaste di quello che hanno visto, con buona pace degli haters, annegati in polverose t-shirt degli Zeppelin e ormai troppo vecchi per comprendere la forza del rock ‘n’ roll.

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