18 Giugno 2019

The Unsense - l'intervista di VivaMag




Ciao Samuele (N.d.r. Zarantonello, voce della band), vuoi parlarci di chi sono oggi The Unsense?

Chi siamo? Questa è forse la miglior domanda che si possa fare ad una band in tempi come questi. Perdonami se prendo una via larga per risponderti parlando del luogo in cui ci troviamo. Noi siamo nella nebbia, una rete fitta di individui interconnessi fra di loro che comunicano tramite degli schermi piatti a velocità intergalattiche. E siamo in tanti, in tantissimi! Tutti viaggiamo in questo mondo che somiglia più ad una ragnatela, molti di noi suonano in una band e anche loro sono nodi di questa infinita ragnatela che si estende fino a dove la vista non può arrivare. In questo scenario noi siamo uno di quei nodi tra altri infiniti nodi, in cui tutto rimane invischiato sulla stessa frequenza. Paradossalmente in questo vasto infinito c’è solo nebbia, la nebbia che avvolge ogni cosa, la nebbia in cui siamo immersi. E ci siamo tutti dentro, anche se forse non lo sappiamo. Chi siamo quindi? Siamo un nodo, ma prima di questo siamo individui che usciti dai loro schermi si trovano per far musica insieme. E la musica è qualcosa di sacro, che va ben oltre a tutto questo gioco.

Il vostro esordio è targato 2010 con “Il Pifferaio di Pandora”. Nel 2015 invece avete pubblicato “Betelgeuse”. Entrambe i lavori sono stati accolti molto positivamente da pubblico e critica. E’ un risultato che vi aspettavate?

Le aspettative ci allontanano da ciò che facciamo. Questa società ha di buono che non rispetta le aspettative. Probabilmente è ciò che più ci da fastidio, ma potrebbe essere un buon insegnamento fare i conti con la fine di tutte le aspettative che abbiamo. L’aspettativa di un futuro, quella di un uomo che negli anni migliora, il ritorno alla “crescita” culturale ed economica tanto agognata. Non sono forse tutte validissime aspettative? E a cosa portano? Ad una sorta di immobilismo. Credo sia più utile fare un patto con la morte, arrivarci bene. E non parlo di morte fisica. Ma di una morte di immagini. Un cambio di prospettiva.

So che siete in procinto di pubblicare “Est”, il vostro nuovo album. Cosa dobbiamo aspettarci rispetto alle sonorità del passato?

Ci piace cambiare, non sentiamo di appartenere ad un genere preciso, abbiamo solo il nostro modo di interpretare un certo tipo di musica che viene da generi affini per quanto riguarda il lato emotivo ma distanti per tutto il resto. E noi facciamo questo. Ogni canzone è un percorso a sé dentro ad un loop eterno.

Pensi che sia un disco di rottura oppure che continui verso la direzione tracciata dai primi due lavori?

Che senso ha fare qualcosa che non “rompa” in qualche modo con il passato? Mi riferisco a determinati schemi emotivi che non riguardano il tuo presente. “Betelgeuse” era un disco molto oscuro, penetrato dalle ombre di un presente soffocante. “Est” è un rituale al chiaro di luna con un paio di canzoni sfacciatamente pop così da deludere i puristi.

I vostri videoclip sono sempre curatissimi, al limite del maniacale. Direi dei piccoli cortometraggi d’autore. E’ una precisa volontà della band oppure niente di tutto questo è esplicitamente voluto?

Siamo molto attratti dalle arti visive sia per i video che per le copertine dei nostri album. Penso potremmo essere l’emblema del D.I.Y. (N.d.r. Do it Yourself)! Andrea, il nostro batterista, si occupa personalmente della realizzazione dei videoclip. I video curatissimi non sono espressamente voluti, ma diventano voluti ora che la band ha trovato Andrea. Lui ha l’ossessione per la perfezione nel sangue ed è un piacere immenso fare video insieme. Ci siamo trovati sul set con professionisti di ogni genere: dal trucco, agli attori, ai tecnici delle luci… e la cosa ci è piaciuta moltissimo! Ci è capitato di stare sul set anche per un giorno e una notte senza riposo ed è stato come immergersi in un’altra realtà. La cosa strana (e divertente) e che tutto succede per caso, quando meno te lo aspetti, così come l’incontro con Denise Lauro: l’art director del nostro video Anemone Scarlatta. Ci siamo incontrati ad una festa e Denise mi ha parlato del video che le sarebbe piaciuto girare per una nostra canzone, affascinandomi per la sua capacità di leggere così bene l’emotività della nostra musica. Da questo incontro siamo poi andati a casa di Andrea per chiedergli di occuparsi della regia di Anemone Scarlatta e di trovarsi con Denise per discutere insieme i dettagli. Da allora, dalla nascita del video di questa canzone, Andrea è divenuto il batterista della band e noi siamo diventati un gruppo con una tendenza “maniacale” per la cura dei video. Come dicevo tutto accade per caso, così come è accaduto per le nostre copertine se ci penso… La prima era di Corrado Roi (il “maestro delle ombre” che conoscerete per Dylan Dog) con cui ho personalmente collaborato ad un progetto musicale. La copertina del secondo album è una foto scattata lungo la transiberiana, esperienza incredibile fatta da Matteo Spertini che avevo incontrato mentre faceva autostop a Dumenza… La cover di “Est” invece è un lavoro di Andrea Tomassini con il quale ci siamo trovati per dei giochi di ruolo (attraverso Andrea Cajelli de La Sauna Recordings) e da quel momento è nata un’amicizia… Insomma, come potrai capire, le cose non andiamo a cercarle e non facciamo affidamento su grandi investimenti in produzione… semplicemente il caso è uno stile di vita che ci piace seguire e su cui facciamo molto affidamento.

A proposito di videoclip e cortometraggi: vuoi parlarci del vostro singolo scaricato migliaia di volte oltreoceano?

Onestamente mi piacerebbe saperne di più. Sappiamo solo dai resoconti di Google che la canzone Pandora è stata scaricata più di 25.000 volte negli USA e circa altre 3.000 in Australia, mentre l’intero album è stato scaricato 10.000 volte in tutto sempre negli U.S.A. Per il resto non sappiamo nulla, tranne che i download salgono ogni mese da circa un anno a questa parte. Personalmente credo sia una qualche “pubblicità di saponette alla cannella” che ha usato Pandora per sonorizzare uno spot! (N.d.r. Ride!)

Cosa ne pensate della scena musicale italiana vicina al darkwave? E prima cosa: esiste ancora una scena secondo voi?

Rispondo subito dicendoti che personalmente non ci definiamo un gruppo dark. Siamo sicuramente vicini al dark come anima, come contenuti e come interiorità, ma siamo molto lontani dai suoni, dallo stile e dalla musica proposta nella darkwave. Detto ciò io credo che la scena darkwave italiana (e questa cosa vale anche per altre “scene”) abbia mantenuto i “costumi” dark, i “suoni” dark, il modo di vestirsi “dark”, ma si sia completamente svuotata di tutto ciò che il dark rappresentava. La vedo una moda come un’altra. Mi sembra tutto solo una grande nostalgia dei tempi passati senza nemmeno ben sapere di cosa si è nostalgici. Tutti questi gruppi si sono mai chiesti cosa era il dark oltre al concetto di vestirsi di nero? Il punk rappresentava l’urlo del mondo esteriore e il dark era l’urlo del mondo interiore, ma chi urla oggi?

Invece della scena indipendente italiana?

Mi auguro che presto se ne vada a riposare in pace. Penso che la scena indipendente italiana sia la più grande presa per il culo del secolo. Questi esistono solo perché oggi non sono in grado di dar fastidio a nessuno, esistono perché rimangono docili, leggermente auto-ironici, mai troppo seri, mai troppo impegnati, apatici, un po’ sfigati. Tutto questo oggi “fa figo”. A mio avviso c’è un motivo sociale per cui questo funziona. Siamo tutti in vetrina, siamo tutti su Facebook e tutti vogliamo una dose di popolarità, di successo, come scimmie ammaestrate in cerca della pacca sulla spalla. Siamo ego-dipendenti. In questo scenario ai più non interessa il grande artista da cui farsi ispirare per volare “in altri mondi”, serve invece l’artista in cui riconoscersi, attraverso il quale poter dire: ”se ci è riuscito lui allora riuscirò anche io”. Serve sentirci tutti alla pari, tutti uguali. In modo da abbassare tutto ad un livello infimo. Questo è successo con la tv, con programmi come i reality show e l’assurdo abbassamento culturale a cui abbiamo assistito a partire dagli anni ’80 nelle televisioni. Ecco che ora succede anche alla musica. C’è chi ama questi personaggi, ma io credo sia tutta una grande presa in giro. Una mancanza completa di consapevolezza. Personalmente preferisco la TRAP, la sento più vera, più vicina a ciò che oggi accade, mentre la scena indipendente italiana puzza di falso e di marcio.

Quando pensate di tornare a suonare dal vivo?

La data di presentazione del nuovo disco è fissata a sabato 6 aprile al Circolo ARCI Gagarin di Busto Arsizio. Posto meraviglioso in cui non abbiamo ancora suonato e non vediamo l’ora. Poi ci sono delle novità ma per scaramanzia non le voglio ancora rivelare.

Quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro?

Uscire con il nuovo disco, suonare, fare un bel video, suonare, fare un secondo video, suonare e dare fastidio. Ringraziarti anche per questa bella intervista.

Vincenzo Morreale

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