There Will Be Blood – L’intervista di VivaMag

Una delle novità principali di questo nuovo corso dei There Will Be Blood è l’ampliamento della formazione da tre a cinque elementi. L’ingresso di altre teste ha portato a qualche “terremoto” interno o è stato un passaggio fluido?
Chi ascolterà il nostro nuovo album probabilmente si accorgerà che i There Will Be Blood sono cambiati, che sono cresciuti. In un certo senso abbiamo superato ciò che eravamo, siamo andati oltre (anche per questo il disco si intitola “Beyond”). Ed è successo soprattutto grazie a Nebu e Dave (rispettivamente chitarrista e tastierista) che hanno portato nuove idee e nuove personalità con cui confrontarsi. Che ci crediate o no non ci sono mai stati litigi ma nemmeno accese discussioni. Bastava un’alzata di sopracciglio o un labbro storto per convincerci tutti a rimettersi al lavoro o magari abbandonare del tutto un’idea che non prendeva il volo. Ognuno ha dovuto ritrovare il proprio spazio e reinventarsi un po’ ma il progetto TWBB ne ha giovato infinitamente.

Il 2018 è stato per voi un anno decisamente particolare. Nonostante il trasferimento a Chicago Davide è rimasto comunque parte integrante della band. Una situazione che mi ha ricordato molto le fasi embrionali dei The Kills con Jamie Hince ed Alison Mosshart che si scambiavano tracce fra Florida e UK. La distanza ha modificato il vostro modo di comporre?
Quando Davide è partito c’era la possibilità che decidesse di non tornare più. Eppure era impossibile per tutti noi immaginare la fine dei TWBB. Col passare dei mesi è diventato sempre più evidente che né Davide né nessun altro della band voleva darsi per vinto. Ogni volta che rimetteva piede in Italia c’era sempre qualche live già organizzato nel quale esibirsi. A volte non avevamo nemmeno il tempo di provare, salivamo sul palco e ci affidavamo al feeling che ormai condividiamo da anni. Non c’è voluto poi molto per capire che sarebbe stata una fase temporanea. Nel frattempo la sua mancanza ha dato modo ai nuovi arrivati di crescere nelle dinamiche della band e di sperimentare assieme a Riccardo e Mattia. Quando Davide è tornato era un po’ come se non se ne fosse mai andato via.

Quanto dell’esperienza americana di Davide è stata poi tradotta in questo disco? In America Davide ha avuto l’occasione di assistere alle esibizioni di alcuni artisti che in europa probabilmente non verranno mai e di vivere quegli scenari che aveva solo intravisto nei film. E’ inevitabile che qualcosa sia poi finito nei testi di quest’album. La maggior parte dei testi di “Beyond” li ha scritti proprio là, quando nei brani si parla di un cimitero, di un negozio di liquori, di un bambino in bicicletta nella notte… sono tutti posti ed immagini reali vissute a Chicago.

Per quanto ci possiamo opporre, la politica e cultura delle playlist, oggi la fa da padrone e spesso mi interrogo su quanto possa essere ancora efficace proporre un concept album come il vostro. Non avete paura che, estrapolando i vari brani per ascoltarli singolarmente, possa rendere innocuo il vostro sforzo creativo?
Parliamoci chiaro. Siamo una band italiana che canta in inglese per un pubblico principalmente italiano. Dei nostri testi o non gliene frega nulla a nessuno o nessuno ci capisce nulla. A prescindere dal discorso (verissimo) della cultura delle playlist. E a giudicare dal livello dei testi scritti dagli attuali cantautori italiani di maggiore successo non sembra proprio che al pubblico stiano a cuore i contenuti delle liriche.
Le scelte sono quindi due: fare dei testi inutili che iniziano e finiscono con le rime dei verbi all’infinito o scrivere qualcosa di più complesso, intricato e ragionato, facendolo più per se stessi che per il pubblico. Capirete bene che la seconda ipotesi è molto più divertente della prima.

La struttura di “Beyond” non è quella del classico concept album. La scaletta dei brani non segue l’ordine narrativo della storia obbligando l’ascoltatore a condividere in parte lo sforzo del protagonista nel superare i propri limiti. C’è una scelta stilistica ben precisa nel proporre uno split-montage musicale?
In questo ci ricolleghiamo alla domanda di prima: bisogna restare musicisti prima che scrittori. Non c’è nulla di sbagliato nel preferire una melodia ad una prosa. Bisogna quindi essere pronti a sacrificare la storia in virtù della musicalità e del ritmo. Per noi è sempre stato così. Tutti i nostri brani possono essere ascoltati separatamente e nessuno di loro perderà di efficacia.
L’ordine in cui i brani sono registrati nell’album non è l’ordine della storia del concept, ma è l’ordine che più ne valorizza l’ascolto musicale. All’interno del booklet del CD o nel poster del vinile abbiamo poi inserito la storia completa del concept e la sequenza in cui i brani andrebbero ascoltati per seguirla. È una sorta di “special feature”, un “easter egg”. I brani devono piacere di pancia, inconsciamente, a prescindere dal concept. La storia nascosta potrà essere il motivo per un secondo ascolto, per aggiungere un altro livello. Un premio per quegli ascoltatori che vorranno scavare di più. Ma siamo felici di accantonare tutto questo e lasciare che ognuno decida di ascoltare la stessa canzone in loop infinito.

La copertina del nuovo disco porta la firma di Martin Wittfooth, pittore americano che ha realizzato in passato le cover anche per gli album dei Rival Sons. Una crudezza artistica che esplode in ogni sua creazione, in cui tradizione e contemporaneità creano una distopia pittorica. Quanto della sua poetica ritrovate nelle vostre canzoni?
Siamo sempre stati attratti dal surreale e dall’iper realistico e Martin non è l’unico artista di questo genere che amiamo e seguiamo. I suoi lavori per i Rival Sons ci hanno letteralmente stregato. Sembrava che una tela gli stesse stretta ma che, stranamente, la copertina di un vinile gli calzasse a pennello. Non è difficile trovare un parallelo fra i contenuti dei nostri dischi e le sue opere. La potenza della natura, il limite tra reale ed irreale, la bellezza del freak ed dell’inusuale, il fascino per le immagini forti e distruttive.

Com’è nata questa collaborazione di lusso? Riccardo non ha mai avuto paura di contattare chiunque lui ammirasse, a partire dalle etichette dei suoi musicisti preferiti, fino ai pittori e i grafici che seguiva. Lo aveva già fatto per i precedenti due album (“Without” e “Horns”) e lo ha fatto di nuovo con “Beyond”. A volte anche i grandi nomi che sembrano inarrivabili poi stupiscono con risposte positive.

Photo credit: Simone Marazzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.