Velimir Chlebnikov – un poeta per poeti

La legge delle altalene prescrive

Che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette.

Che sia ora notte, ora giorno.

E che signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l’uomo.

Un poeta per poeti: così lo definì Vladimir Majakovskij, suo compagno nel  gruppo futurista Hylaea. Viktor Vladimirovič Chlebnikov (1885-1922) è conosciuto soprattutto per le sue sperimentazioni linguistiche (insieme a Kručënych ha inventato lo Zaum, un “linguaggio transmentale”), per i suoi saggi utopistici sull’evoluzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto e per le sue Tavole del Destino. Un genio inquieto e stravagante,  che forse della sua irrequietezza è stato vittima. Ma nessuno meglio di Paolo Nori, “l’innamorato” che ha curato il volume 47 poesie facili e una difficile, è riuscito a descriverne la personalità in maniera tanto affascinante:  “Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più.”

Gli anni, gli uomini e i popoli / fuggono via sempre, / come l’acqua che fluisce. / Nel mobile specchio della natura / le stelle sono la rete, noi i pesci. / I numi – spettri dentro il buio.

Poco, mi serve. / Una crosta di pane, / un ditale di latte, / e questo cielo / e queste nuvole.

E il vento è buio / E il pioppo è terra / E il mare chiacchiera / E tu, lontano.Su un ramo / Stavano l’uccello dell’ira / E l’uccello dell’amore. / E si è posato sul ramo / L’uccello della quiete. / E con un grido / Si è alzato l’uccello dell’ira. / E l’ha seguito l’uccello dell’amore.

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